Il ritratto
"Ricordi quando davanti alla fontana io ti dissi: « Ce l’hai una vita? » È passato davvero tanto tempo. Mi guardavi sorridendo. Ero una bambina… E tu eri l’unico che credeva in me."

(Gustave Courbet, La plage de Trouville)
IL RITRATTO,
MONOLOGO.
SCRITTO DA
WALTER AMIRANTE
POETA ITALIANO
Bruxelles
Anno di composizione: MM. XX. III
A tutte le donne che soffrono
ἐπάμεροι· τί δέ τις; τί δ’ οὔ τις; σκιᾶς ὄναρ ἄνθρωπος.
« Progenie d’un giorno! Che cosa noi siamo?
Che cosa non siamo?
È sogno d’un ombra il mortale. »
(Pindaro, Pitia VIII)
AVVERTIMENTO
Chi conosce la mia opera sa bene che ho un'attenzione particolare verso la lingua letteraria. Tuttavia, se un bisogno superiore s'impone, non mi faccio remore a spezzare i canoni stilistici, o il buon gusto. In quest'opera ho voluto rendere la verità - si tratta, infatti, di una storia vera - del personaggio. Matilde esiste e non parla come Berenice, Fedra o Giocasta. Il realismo impone l'adesione al vero, anche quando è filtrato dalla sensibilità artistica. Il gentile lettore sarà dunque clemente nei confronti di eventuali ripetizioni, di una sintassi non regolare, o di certe volgarità. Non bisogna dimenticare, inoltre, che quest'opera è pensata per essere recitata a teatro, e nella recente tradizione del monologo una certa naturalezza è d'obbligo.
Walter Amirante
poeta italiano
IL RITRATTO,
MONOLOGO.
SCENA UNICA.
ATTORI.
SEBASTIANO
MATILDE
Una piccola bottega situata in una soffitta. L’arredamento è scarno. Vi sono un cavalletto, una sedia di legno vecchia, un tavolo con i pigmenti e vari strumenti, un letto con lenzuola stropicciate, un giradischi e una cucina minuscola ; c’è anche un caminetto.
SEBASTIANO
(Mentre dipinge il ritratto di Matilde)
MATILDE
Spero almeno che il ritratto mi somigli… perché la bozza era terribile! Ma quanto ci metti? Non potevi prendermi in foto e lavorare poi con calma? Sai, quando dipingi sei lì… ma è come se non ci fossi; ma forse mi sbaglio. - Ricordi quando davanti alla fontana io ti dissi: « Ce l’hai una vita? » È passato davvero tanto tempo. Mi guardavi sorridendo. Ero una bambina… E tu eri l’unico che credeva in me. Ma ti ho deluso, non è vero? - Va bene, va bene, non mi muovo. Posso almeno parlare, sì? - Alla fine mi sono rifatta viva con Marco e Giulio. Così… giusto per. Questo periodo mi pareva troppo tranquillo. (si alza per andare a sbirciare il lavoro) Sei grande, nulla da dire… ma non mi somiglia. Vogliamo dare una ritoccatina a quel naso? Hai sempre adorato il mio naso all’in sù. Ma a me non è mai piaciuto. (torna a sedere) - Dicevo, mi sono fatta risentire. Ho scritto prima a Marco e gli ho riversato tutto il mio odio. Lui mi fa: « Sei ingiusta. » E fine. Due parole. Giulio invece mi dà più soddisfazioni; m’ha detto che i miei messaggi sono pieni zeppi di inesattezze e distorsioni. Comunque, ora mi devo calmare, altrimenti non dormo. Ma lo sai che io non ho mai conosciuto un sonno tranquillo? - Alla fine ho fatto la mia solita crisi. Ha poi aggiunto che non aveva più voglia di parlare e che un giorno avrebbe messo i puntini sulle i. Cioè questi puntini andavano messi a suo tempo! Ora è tardi. Cioè io sono stata abbandonata. - Che fai? Ridi? C’è almeno un bagno in questa bottega? Va beh… Io comunque ignoro tutti. Ho però come un presentimento… è come se io agissi meccanicamente. Poi ho come l’impressione che gli altri si siano stancati di me. Ho tante impressioni in questo periodo. - Lo sai che Marco non fa altro che divertirsi? Dopo avermi lasciata per un fotografo… Ma ti rendi conto? La mia vita è un inferno e lui va in vacanza. È senza vergogna quell’uomo. Gli dirò: « Bravo! Complimenti! Sei davvero un genio… » - Comunque non voglio più ammorbarti con questa storia. Mi serve un caffè. Posso servirmi? Bene. Vediamo un po’. (guardando un dipinto appoggiato al muro) Quello sei tu? Che cos’è? Un Salvator mundi ? …capisco. Anche tu sei conciato male. Questo caffè è buono. (torna a sedere) Che poi ascolta, ora non voglio provocare, voglio solo capire. Cioè loro mi hanno abbandonata. (scandendo) Abbandonata. E perché? Perché desidero, sì, desidero prendermi degli spazi. E loro? Indifferenza. Allora dico: conto così poco? Io poi adesso non sto attraversando un periodo sereno. Poi di colpo Marco mi fa: « Tu vivi relazioni malate .» Senza spiegare nulla. E scompare per settimane. Giulio anche mi dice: « Tu non sei la questione centrale dell’universo. » - Ho una rabbia dentro che non immagini. Loro non capiscono una cosa: io lavoro. Ed il mio è un lavoro vero. Non ho tempo da perdere dietro alle frenesie delle persone. - Che cosa? Sì è vero, non ho alcuna stima per loro. E quando ne ho avuto l’occasione li ho anche umiliati; e pesantemente. Un giorno Giulio se ne esce così: « Senza di noi che fai? Non hai nemmeno un’amica. » Cioè ma ti rendi conto? Alla fine siamo anche riusciti a fare una cena assieme, con la speranza, che so, di riappacificarci. (si alza di nuovo e mette in ordine degli oggetti sul tavolo) E sai una cosa? Ho dovuto fare io mea culpa …mentendo ovviamente. E loro? Sembravano due preti. « Il tuo compagno non ci piace qua e là… » Lo ammetto, non è certo l’uomo dei sogni, ma è un buon partito; lavora, ha una casa di sua proprietà, e guadagna tanti soldi. Che cavolo vuoi di più ? E a letto è pure bravo. Queste sono le cose che contano. Ha poi quel difetto, pericoloso, certo… ma a me sta bene cosi; tanto la mia vita è una tragedia comunque. - Ti ricordi quando mi facesti trovare un cioccolatino fuori in pizzeria? Sapevi che ne andavo ghiotta e sapevi che sarei uscita fuori a prenderlo. Ti vidi, eri lì a due passi, nascosto. Ma te lo ricordi? Ammettilo, ti faccio tanta pena. Sento però che solo tu puoi capirmi. Mi hai sempre capito. Te l’ho detto che mio padre sta morendo? Proprio ora, mentre io parlo, è in agonia. Cioè ma ti rendi conto? Ma perché non ha preso per tempo la malattia? Io sono allucinata. Santo Iddio, vuoi farteli o no i controlli? Secondo me certe persone meritano di morire. - Comunque è andata cosi. Adesso non voglio sentire più nessuno. Marco e Giulio non pervenuti… Mi hanno solo detto: « Se hai bisogno di qualcosa noi ci siamo. » Allora ho risposto: « Sentite un po’, ma siete almeno… scioccati per quello che sto attraversando? » (alzandosi di scatto) - Posso mettere della musica? Che hai? Non però classica, per carità. (si dirige nell’angolo, dove c’è un giradischi) Vediamo, vediamo. Ma non hai musica orientale? Dio santo ma che ascolti? Va beh… Chopin si salva. Mi piace ma mi intristisce. Non voglio però sentire i suoi valzer; sono orribili. (scandendo) Orribili. - Ne hai ancora per molto? No perché nel pomeriggio devo andare in ospedale. Mi accompagna un amico. - Perché mi guardi così? Amico, amico. (sorridendo) Non posso nemmeno avere un amico? Ci vediamo ogni tanto. Lui è un avvocato. Però è più piccolo di me di qualche anno. È fresco. Ed è una testa. Pensa che quando lui si è laureato io venivo appena di iniziare l’università. È preciso, razionale, e io ho bisogno di un po’ di stabilità. Certo il mio compagno non sa nulla, ma secondo me ha intuito qualche cosa. L’altra sera ha tirato fuori un pretesto per discutere. Mi ha vomitato addosso di tutto; tipo che mi lamento sempre o che cerco solo la distruzione. « Distruggerti è il tuo destino, » mi ha detto; senza nemmeno curarsi delle conseguenze di tali parole. Quella sera ho passato una notte terribile. Sono uscita e credo di aver fatto un chilometro a piedi fino alla spiaggia. Ho pensato: « Ora la faccio finita. » Ho guardato il mare, che era nero. Più lo guardavo e più mi pacificavo con me stessa. Era nero, il mare, ma io lo vedevo luminoso. Sentivo di essere maledetta. Poi la brezza marina mi fece venire la pelle d’oca e cominciai a sentire freddo. Mi mancava il coraggio. Alla fine sono rientrata e tutto… niente… che ti devo dire? A Marco e Giulio ho detto più volte che mi sarei uccisa. Hanno risposto solo che forse avrei dovuto farmi aiutare. Sì, perché secondo loro sono una pazza! Cioè io non ho davvero più parole. Ma è strano… dovrei sentire un vuoto enorme, incolmabile… e invece non sento piu nulla. - Che fai? Sei stanco? Aspetta. Vieni. Ti devo dire una cosa. (si alza e lo abbraccia) Mi sento a casa solo quando sto con te. (guardandolo negli occhi) Ma perché non mi giudichi mai? (scoppia a piangere).
FINE DELLA SCENA.