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Saggio di fondazione della Psicologia biblica

  • Walter Amirante
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 57 min
Il destino dell’individuo nei miti e nelle storie della Scrittura alla luce dell’Analisi transazionale e della filosofia evoluzionista. Teoria e prassi per una possibile guarigione

di Walter Amirante







Al mio amico Daniele

 
Breve premessa
 
PARTE PRIMA
Introduzione alla Psicologia biblica
Cosa sia la Psicologia biblica, il suo metodo, gli obiettivi
Cosa sia lo Script nell’Analisi transazionale
Un esempio concreto di nascita del copione
 
PARTE SECONDA
Le principali ingiunzioni alla base del copione
Permesso e guarigione
Perché il copione
Il senso di colpa
Possibile programma di studi per un biennio (magistrale) in Psicologia biblica
Conclusione

 
 
“L’opposto del copione è rappresentato dalla persona reale
che vive in un mondo reale,”
 
(Eric Berne)
 
“Non devi dimostrare niente a nessuno,”
 
(D. T.)

 
Breve premessa
 
Inizialmente non avevo intenzione di porre le basi per una nuova disciplina. L’obiettivo doveva essere soltanto quello di scrivere un saggio per l’università. L’argomento su cui avevo deciso di lavorare era sul rapporto tra Script in Eric Berne e la sua influenza nel processo di conversione: in che modo determina negativamente o positivamente l'adesione alla fede? Il concetto di Berne prevede, infatti, che l'individuo compia un suo proprio destino (attraverso una decisione presa nell’infanzia), il cui finale sarebbe già scritto. La conoscenza di questa realtà, credevo, doveva essere importante per comprendere i meccanismi decisionali del credente – se infatti il finale è già scritto, com’è possibile aderire liberamente alla fede? Tuttavia, pensando alla struttura generale del lavoro, intuì che avrei potuto costruire un sistema. Quasi subito mi resi conto di una lacuna nel mondo accademico: la mancanza di una Psicologia biblica come scienza autonoma, insegnata, praticata, codificata, da presentare agli esami, e con un dipartimento.
 
In genere, ciò che si ha è un utilizzo molto controllato di alcune tecniche psicologiche nell’ambito della teologia pastorale. Oppure visioni che sfociano in un aperto counseling, ma che non possono mai farsi psicologia pura (tranne negli Stati Uniti, dove esiste una diversa regolamentazione in merito). Ora, la psicologia non poteva sviluppare, al suo proprio interno, una disciplina sistematica di questo tipo, dal momento che considera la religione, in genere, come alienante e quindi illusoria (e anche quando la tollera, riconoscendo che per alcuni è di sollievo, continua comunque a ritenerla un palliativo). Il pregiudizio – abbastanza fondato - sulla religione, comporta quasi automaticamente un pregiudizio verso i testi della Bibbia.  Allo stesso tempo, la teologia non poteva – e non può - permettersi che la psicologia invada il suo proprio campo, perché, come vedremo, questo significherebbe la morte della teologia stessa, o comunque un suo drastico ridimensionamento (non necessariamente negativo).
 
L’originalità del presente lavoro, credo consista 1. nel modo in cui il sistema è organizzato; 2. nella descrizione dell’Analisi transazionale come mondo, e non una semplice scuola psicologica; 3. nel precisare alcuni concetti (vedi il passaggio sulla portata emotiva) o la descrizione delle ingiunzioni attraverso i miti o le storie della Scrittura; 4. in una nuova classificazione delle ingiunzioni (differenza dunque tra ingiunzioni primarie, secondarie o collaterali, e contro ingiunzioni); 5. nella presentazione di nuove storie umane tratte direttamente dall’esperienza, accumulata in anni di osservazione (e che confermano la validità dell’Analisi transazionale); 5. nel radicale e definitivo passaggio dalla psicologia come scienza funzionale a sapere/visione/interpretazione principale a cui la Scrittura e la teologia vengono subordinate, con tutto ciò che il salto implica.
 
Per tutto il resto ho attinto a piene mani i principi dell’AT direttamente dai testi di riferimento, motivo per il quale non mi sarà necessario, almeno per questo saggio fondativo, dare indicazioni dettagliate in nota. In generale la bibliografia studiata o consultata, nell’arco di dieci anni circa, è stata la seguente (riporto solo i testi principali): Analisi transazionale e psicoterapia (E. Berne, 1961), A che gioco giochiamo (E. Berne, 1964), Ciao… e poi? (E. Berne, 1972); I copioni di vita (C. Steiner, 1974), Il minicopione (T. Kahler, C. Hedges, 1974), The process therapy model (T. Kahler, 2008) Nati per vincere (M. James, D. Jongeward, 1978); Gestalt Therapy (F. Perls, P. Goodman, R. Hefferline, 1951), Gestalt Therapy Verbatim (F. Perls, 1969); Totem e tabù (S. Freud, 1913), L'avvenire di un'illusione (S. Freud, 1927), e Il disagio della civiltà (S. Freud, 1930); I volti della menzogna (P. Elkman, 1985). Per la parte filosofica che concerne il perché del copione, il mio approccio è evoluzionista e poggia sostanzialmente sul mio sistema filosofico Della verità ultima, dove rielaboro alcune intuizioni di Arthur Schopenhauer (ma basandomi anche su esperimenti scientifici come l’Universo 25, e i dati statistici su nascite e decessi, facilmente consultabili). Guardo con interesse anche allo psicoevoluzionismo. Nei lavori successivi, dove cercherò di ampliare ogni sezione del sistema, non mancherò di dare indicazioni più dettagliate.
 
I
 
Introduzione alla Psicologia biblica
 
Non è mai esistita, ad oggi, una disciplina chiamata Psicologia biblica. In nessuna facoltà universitaria è previsto un corso di questo tipo. Il lavoro di Franz Delintzsch del 1854 (Sistema di Psicologia Biblica) non ha niente a che vedere con la psicologia da noi intesa. Per due motivi: il primo, Delintzsch intende la psicologia nella sua dimensione originaria (dottrina dell’anima, nonché il discorso sull’anima così come ritiene venga formulata dalla Bibbia). Il secondo, ancora più semplice, è che la psicologia, nella sua dimensione clinica, non ancora esisteva. Più in generale, ciò che abbiamo avuto è stata un’applicazione pratica dei mezzi allo scopo. Che cosa significa? Che la psicologia è stata per la teologia ciò che la filosofia era nel Medioevo: ancilla, serva declassata a sapere funzionale. Dal punto di vista teologico, questa rappresenta una deriva assolutamente naturale. Se, infatti, la psicologia venisse considerata “alla pari”, o addirittura prendesse il sopravvento, tutto l’impianto teologico verrebbe a collassare. Pensiamo ad esempio alla questione della natura umana. Per la psicologia, o comunque per buona parte di essa, l’individuo ha assolutamente tutte le risorse per liberarsi dalle tenebre dell’esistenza. Questa liberazione, inoltre, non entra necessariamente in contrasto con il Nuovo testamento - a condizione che il vangelo venga letto senza la lente della teologia prodotta dal protestantesimo storico. Nel Nuovo testamento l’individuo non è spiritualmente morto, né predestinato; questa è una triste formulazione rinascimentale (in realtà medievale nello spirito) che ha travisato alcuni passaggi delle Scritture, soprattutto Paolo, partorendo un sistema molto discutibile i cui frutti, spesso, non fanno altro che alimentare la psicopatologia quotidiana.
 
I più aperti a compromessi potrebbero ritenere, comunque, che psicologia e teologia possano coabitare senza problemi. Questo non è vero, perché allo stato attuale il protestantesimo storico non è per niente disposto ad abbandonare la dottrina riguardante la natura umana e l’impotenza per l’individuo di salvarsi con le sue proprie forze (le opere). Il compromesso porta, dunque, dritti ad un’assurdità: la psicologia può liberarmi, ma di fatto non mi libera perché gli strumenti umani – questa è la dottrina teologica - non hanno questo potere; per conseguenza, anche quando credo di essermi liberato, io sono ancora nelle tenebre: solo Cristo mi salva. Questo è dunque il motivo per cui la teologia fa un uso innaturale della psicologia, selezionando solo ciò che non entra in contrasto con essa. Qui l’uso strumentale è pericoloso, perché essa viene usata per rimuovere quei blocchi che impediscono l’adesione alla fede; una fede che però prevede l’accettazione della depravazione della natura umana, o comunque una sua incapacità di agire ai fini della propria salvezza. In altri termini è un sistema in cui, direbbe Eric Berne, “Io non sono OK”, che però è una posizione depressiva, o addirittura un’istigazione alla depressione. Certo, è prevista una liberazione, ma a che prezzo? Il prezzo della libertà individuale. Ora, l’adesione a Cristo non dovrebbe forse essere fatta da individui consapevoli e per l’appunto liberi? Se un individuo accetta Cristo nella sua vita solo perché risponde meccanicamente ad un messaggio parentale o sociale: “Se non credi, andrai all’inferno,” oppure “Tu non stai bene, da solo non ti salvi,” o ancora: “Nella nostra famiglia siamo credenti,” quest’adesione non può avere alcun valore oggettivo, perché non vi è né libertà né sincerità. E se Gesù non è Dio, o Dio non esiste, quest’individuo avrà vissuto la sua unica vita nel terrore, nella dipendenza, o spesso nell’illusione di essere un predestinato alla salvezza in un mondo di peccatori, o ancora nella schiavitù. Come saranno stati, dunque, i suoi rapporti con gli altri? Come può, un individuo simile, aver raggiunto la pienezza di vita che solo la libertà e la spontaneità possono dare? Come avrà cresciuto i suoi bambini?
 
Una volta ascoltai un pastore, il quale, per spiegare il peccato, disse che osservando le sue due bambine piccole vedeva già in loro il seme della ribellione. In realtà, erano due bambine adorabili, ma lui era americano. E naturalmente era contro l’ordinazione delle donne. Dunque distorsione mentale, dottrine obsolete, patriarcato, odio delle donne, proselitismo violento, giustificazione della guerra, etc.; come mai tutte queste cose spesso stanno assieme? Capita anche di vedere un fedele che perseguita sul letto di morte un proprio parente perché ateo (“Devi accettare Cristo, salvati”), mentre tutti noi sappiamo che egli ha divorziato due volte, non conosce le basi dell’esegesi, la qualità relazionale della sua vita è pessima, e il messaggio vero che sta dando agli altri è: “Sono pazzo”. Tutto ciò nasconde un copione ben preciso. Il fatto di divorziare, di per sé, potrebbe non essere un problema, ma se leggi la Bibbia alla lettera potresti allora entrare in alcune pesanti contraddizioni (dietro cui si nascondono tornaconti ben precisi).
 
Ora, la critica all’impianto della teologia del protestantesimo storico non significa in alcun modo riabilitare in toto il cattolicesimo (un sistema ormai fallito che ha generato mostri). Certo, è vero, sulla natura umana il cattolicesimo è meno tetro, ma poi presenta un’altra infinità di dottrine che sono inumane. Ad ogni modo, la teologia accademica del Novecento ha dimostrato che si può dare un protestantesimo senza le dottrine di Lutero e Calvino (mi riferisco naturalmente alla New Perspective on Paul, a cui la Psicologia biblica aderisce). Bisogna prendere davvero molto sul serio la questione della natura umana, perché molti individui fragili potrebbero aderire alla fede perché questa gli dice che, effettivamente, loro “non sono OK”. È una grande ingenuità delle persone che si credono più illuminate credere che tutti vivano le cose in modo illuminato. Un individuo che da bambino è stato svalutato, quasi al 100% potrebbe concentrarsi sui versetti della Scrittura che lo confermano nel suo sentirsi “non OK”, anche se poi a parole ti dice piangendo che Cristo lo ha salvato. Il caso che citavo prima è reale: un individuo ha le lacrime agli occhi quando parla dello Spirito Santo, ma la sua vita relazionale è un disastro, ha fallito due matrimoni, tuona contro gli omosessuali, cita Sodoma e Gomorra, è contro tutto ciò che si chiama civiltà. Eppure, quando parla di Cristo sembra trasfigurato e vuole che tutti si convertano. Non possiamo più vivere come se la psicologia non fosse mai stata scoperta, allo stesso modo in cui non può più darsi una fisica senza la relatività di Einstein.
 
Su questioni teologiche spinose, che qui comunque non intendo trattare, bisogna essere molto cauti, proprio in virtù della consapevolezza psicologica che abbiamo acquisito nell’ultimo secolo. Bisogna sempre considerare la possibilità che Dio non esista; e anche se la possibilità è piccola per chi crede, ciò lo deve comunque mettere in istato di allerta e spronarlo a non prendere alla leggera questo problema, propinando teologie dubbie e pericolose. Se il messaggio centrale di Cristo è l’amore, e non ad es. la predestinazione, il cristiano deve pensarci cento volte prima di prendersi la responsabilità di predicare ad un individuo, magari debole intellettualmente o depresso, la dottrina della predestinazione. Per conseguenza, bisogna banalmente considerare che una dubbia dottrina possa essere falsa. Al contrario, l’amore che Cristo ha predicato con la sua vita non è mai falso. Qui dovrebbe dunque valere la posizione di Agostino: uniti nelle cose fondamentali, libertà dove c’è il dubbio, carità in tutto. Potrei citare casi di suicidio a causa della dottrina della predestinazione. E infiniti casi di stati depressivi a causa della credenza per cui “io non sono OK, ho bisogno di lui”, dove questo “lui” non è mai il vero Cristo, ma un Cristo distorto e inserito in sistemi pericolosi.
 
Stabiliamo ora un principio: nessuna teologia senza psicologia. Naturalmente la critica che qualcuno potrebbe muovermi è la seguente: “In fondo, vuoi trasformare la teologia in ancilla della psicologia.” Rispondo che dobbiamo anzitutto riconoscere i frutti di una disciplina. La teologia dà frutti positivi solo quando viene inserita in un sistema alternativo, o di interpretazione alternativa. Prendiamo la questione femminile. Su questo punto la Bibbia è un disastro. Certo, il ruolo delle donne è in parte positivo nel Nuovo testamento, ma vi sono comunque numerosi passaggi che sono semplicemente aberranti e contro la donna. Chi ne è l’autore? Paolo (o chi per lui). “Sono interpolazioni,” insegnano alcuni cercando di giustificare le contraddizioni. È vero, lo credo anch’io, ma, tranne in pochissimi casi (se non addirittura uno solo), non ne avremo mai una certezza assoluta, anche perché Paolo viveva spesso in stati di alterazione mentale (o se vuoi spirituale). Allora è necessaria operare una scelta: siamo noi che diciamo “questo sì” “questo no”. Tale operazione è una necessità umanistica. Di fatto, in ambito accademico e nelle chiese civilizzate o evolute, noi accettiamo la Bibbia solo se rispetta i Diritti umani. Il riconoscimento di questo metodo è ormai una tautologia, almeno in Europa, e dovrebbe essere la base dell’esegesi ovunque.
 
L’elemento fede non aggiunge nulla, né modifica le cose. Non è in virtù, ad es., della cattolica certezza di fede – espressione già di per sé spaventosamente contraddittoria – che un credente può prendersi la responsabilità assoluta di guardare negli occhi un individuo è dichiarargli: “Tu non sei OK, adesso ti dico io come devi fare, in virtù delle mie certezze di fede.” La Psicologia biblica non intende in alcun modo fare questo, né direttamente né indirettamente. La teologia, per funzionare, deve fare un passo indietro.
 
Ad ogni modo, l’approccio della Psicologia biblica, che apparentemente declassa la Scrittura, in realtà la valorizza molto più di quanto abbia fatto la teologia stessa. La teologia, in duemila anni, ha partorito quasi solo aberrazioni, errori, disastri e illusioni. La psicologia, al contrario, cerca di liberare le persone, ma a condizione che camminino con le proprie gambe. La Psicologia biblica, nel suo ancoraggio all’Umanesimo rinascimentale (= la natura umana non è depravata, l’individuo non è spiritualmente morto), riconosce e seleziona ciò che di positivo vi è nella Scrittura, la utilizza, la inserisce in un sistema responsabile e consapevole. Se una persona ha come ingiunzione “Non appartenere”, insistere con enfasi predicandogli Giovanni e la separazione dal mondo, quasi certamente contribuirà a distruggere quell’individuo, il quale viene confermato nella sua sociopatia (e se è un credente fanatico, questa conferma rivestirà di una potenza inaudita, dal momento che “glielo dice la Bibbia”). Con altri individui insicuri e che hanno come ingiunzione il “Non crescere”, molti messaggi della Bibbia, anche dati in buona fede (penso al voto di obbedienza per i religiosi cattolici) possono peggiorare la situazione. Ecco, questo è ciò che io definisco un uso irresponsabile della teologia, che deve essere totalmente abbandonato, così come è stato abbandonato il sistema tolemaico.
 
Cosa sia la Psicologia biblica, il suo metodo, i suoi obiettivi
 
La psicologia, lo sappiamo, è la scienza che studia la psiche umana. La Psicologia biblica è la scienza che studia la psiche utilizzando i miti e le storie della Bibbia. Non è un’analisi fantasiosa di ciò che Abramo o Gesù potrebbero aver sognato o vissuto come traumi nel periodo dell’infanzia, a meno che non si trovino descrizioni di sogni o eventi specifici, su cui discutere. La Psicologia biblica si concentra su ciò che è stato detto e fatto dai personaggi in questione così come descritto nei testi, soprattutto quando si identificano con le ingiunzioni – che io definisco ingiunzioni universali - proposti dall’Analisi transazionale. Quest’aspetto si manifesterà in tutta la sua chiarezza a breve, con degli esempi. Un’eventuale analisi di sogni o altro, potrà certamente avvenire, ma nell’ambito della teologia di gruppo.
 
La Psicologia biblica è, da un lato, un’applicazione dell’Analisi transazionale organizzata da Eric Berne, e arricchita dai suoi seguaci. Dico “da un lato” perché essa sembra non fornire chiaramente un senso più filosofico. Ad es., perché certi script prevedono proprio il suicidio? Per quale motivo la natura permette una cosa simile? Chi ci guadagna? Qual è il senso più generale? Perché le società sono basate sul conflitto? La Psicologia biblica, su questi punti, dà una risposta appoggiandosi alla filosofia evoluzionista. Ora, una domanda potrebbe sorgere spontanea: perché proprio l’Analisi transazionale? Ebbene, per via della sua completezza, del suo essere mondo. Questo punto potrebbe essere difficile da capire per chi ragiona in termini di “scuole psicologiche”, ma quando si legge Berne, subito ci si rende conto, ad es., che lui manteneva un legame ancora molto forte con la psicanalisi (legame inesistente in molti dei suoi seguaci più celebri). Anzi, se la paragoniamo alla psicologia comportamentista o cognitivista, l’AT rimane una psicologia del profondo. L’analisi iniziale o più oggettiva degli Stati dell’Io o dei Giochi (che potremmo definire analisi formale) è in realtà solo un primo passo per accedere al vero nucleo: lo Script o copione di vita. È qui che risiedono le decisioni prese nell’infanzia (e in cui la madre, per Berne, ha un ruolo assolutamente cruciale, sebbene ora sappiamo che non sia sempre così). Il copione è dunque la sostanza.
 
Per conseguenza, chi ha una predisposizione per questo tipo di impostazione (psicologia del profondo), non dovrebbe avere alcuna difficoltà ad abbracciare l’AT. Chi invece ha un approccio più umanistico-letterario, trova molta soddisfazione nell’uso della mitologia per analizzare gli script di un individuo, ma anche nell’idea di base secondo la quale l’individuo, di per sé, è OK (o comunque non totalmente corrotto). Infine, chi sente di avere una natura più fenomenologica, potrà apprezzare l’eclettismo dei coniugi Goulding (i quali cercano di armonizzare l’AT con la Gestalt). Naturalmente, credo che la Psicologia biblica debba avere tutte e tre queste tendenze, avere cioè una mentalità aperta e interdisciplinare. Ora, l’Analisi transazionale è un sistema che prevede, principalmente, tre sezioni: l’analisi degli Stati dell’Io, i Giochi psicologici, e lo Script (o copione di vita). Altri argomenti sono tutti, in un modo o in un altro, collegati ad una di queste sezioni. La Psicologia biblica, pur non ignorando gli altri aspetti del sistema, s’interessa in modo particolare allo Script. In altre parole, cerca di lavorare direttamente sul problema del destino individuale.
 
Di fondamentale importanza, poi, è l’esegesi biblica. È cioè importante non proiettare sulla Bibbia i nostri pregiudizi mentali o infantili. Ad es., hai avuto un padre violento e allora concepisci l’immagine di un Cristo che è venuto soltanto a portare la spada sulla terra, o di un dio tremendo che ti controlla e non vede l’ora di mandarti all’inferno. Oppure pregiudizi familiari: “Anche se ipocriti, nella nostra famiglia siamo da sempre cattolici” “Nella nostra famiglia le donne devono tacere e fare figli” “Nella mia famiglia siamo ottimisti; quindi, il mondo è bello” “Siamo persone serie e ligie al dovere” “Siamo atei e agnostici da generazioni”. O ancora messaggi più distruttivi: “Sarai sempre un fallito” “Non crederci troppo” “Sii egoista” “Non ti amiamo”. Queste dinamiche potrebbero farci leggere la Bibbia in modo sbagliato, inducendoci a costruire interpretazioni artificiali basate solo su versetti minuziosamente selezionati.
 
Spesso i versetti della Bibbia vengono interpretati alla lettera, o male, perché ciò giustifica un messaggio psicologico (o sociale) distruttivo. Se ci pensiamo bene, la teologia intende considerare la Bibbia come fine, ma in realtà l’ha quasi sempre utilizzata in modo strumentale, o per giustificare le proprie patologie, oppure la guerra. È necessario dunque conoscere i principi dell’esegesi, per evitare questi errori. Alla fine del saggio – in un’appendice che sarà aggiunta in un secondo momento - proporrò un metodo (l’esegesi contestuale), che ha come obiettivo quello di prendere il buono da ogni scuola esegetica, così da essere capaci, in ogni situazione, di leggere correttamente la Bibbia (o almeno avere più probabilità di eseguirne una lettura intelligente). Bisogna quindi scoraggiare l’adesione cieca ad una scuola specifica d’interpretazione, perché quasi sempre queste rispondono a esigenze apologetiche (purtroppo è ancora il caso dei calvinisti/presbiteriani, il cui metodo è una mera acrobazia affinché il risultato sia sempre lo stesso: giustificare l’ingiustificabile. Naturalmente noi in Europa siamo schermati dalle pratiche religiose americane – dove alla predestinazione si crede ciecamente. Tuttavia, si registra un incremento massiccio delle loro missioni qui da noi, cosa che potrebbe, sul lungo termine, farci ricadere nel Tartaro della spiritualità).
 
Anticipo che nella Psicologia biblica non si segue il principio di Lutero per cui la Scrittura spiega se stessa, e che un passo deve essere confermato da un altro contenuto in essa, perché non ha alcun senso (e potrei proporre numerosi esempi che dimostrano che, seguendo questo metodo, si possono affermare le cose più incredibili). Infatti, ai tempi in cui venne scritto il Nuovo testamento, gli stessi apostoli e cristiani conoscevano solo alcuni testi dell’Antico testamento. Non esisteva l’idea della Bibbia come libro unico, né quindi il concetto di canone. Gli evangelisti stessi erano molto selettivi, per non parlare di Paolo (o chi per lui) che addirittura in Ebrei 10 citava, modificandola, la Bibbia - cosa che ancora provoca ribrezzo nei rabbini di tutto il pianeta, nonché forti perplessità nei teologi. Ma tutto ciò era perfettamente logico per loro (i primi cristiani), poiché ritenevano che la Scrittura andasse interpretata/modificata in funzione del nuovo messaggio. La versione greca (Septuaginta) era inoltre la versione prediletta che meglio si prestava a sostenere questa operazione – vedi Amos 9,11-1. Anche quando viene modificata, è la Septuaginta il punto di riferimento. Ne consegue che per Paolo e gli evangelisti - i quali non si preoccupavano di filologia - la traduzione greca era Parola di Dio ispirata. Basta questo per far crollare ogni pretesa di fanatismo esegetico.
 
La Psicologia biblica dovrebbe ampiamente servirsi della teologia di gruppo. La teologia di gruppo non è molto diversa dalla psicoterapia di gruppo. Ecco come potrebbe essere un possibile svolgimento: 1. recita di un salmo/canto; 2. lettura di un passo della Bibbia che abbia a che vedere direttamente con una delle ingiunzioni universali (lavoro di consapevolezza); 3. commento del passo dal punto di vista della Psicologia biblica; 4. eventuali chiarimenti esegetici di quei versetti che potrebbero essere usati in chiave distruttiva per giustificare copioni specifici, posizioni esistenziali, etc.; 5. tempo di silenzio variabile per l’introspezione; tempo di condivisione in cui ciascuno esprime i propri pensieri e sentimenti. Qui lo psicologo o teologo che guida il gruppo dovrebbe conoscere tutte le dinamiche che potrebbero verificarsi (ad es. i giochi) per poterli gestire. Mentre uno psicologo/filosofo/teologo che sia abilitato anche alla psicoterapia, potrebbe affrontare le domande proposte da Eric Berne (e che verranno riportate a tempo debito) con l’idea di ottenere sia la consapevolezza del copione, che la guarigione (eventualmente integrando altri approcci, come la Gestalt). In altre parole cercare, per quanto possibile, di centrare il punto, ma senza forzare, dal momento che vanno rispettati i tempi di ognuno. Non credo vada ricercata una risoluzione o consapevolezza/guarigione immediata o a breve termine, ma bisogna comunque evitare un percorso troppo lungo. Nel dialogo con il gruppo, per ogni copione individuare collegamenti con altre storie della mitologia (o libri, film). Cercare un arricchimento, un dettaglio che apra ad una consapevolezza maggiore. Insomma, l’analisi del copione! È importante che, ad un certo punto, l’individuo abbia una consapevolezza tale da potergli far dire: “Sì, questo sono io.” “Questa storia rappresenta la mia vita.” “È proprio ciò che sono, il modo in cui penso e agisco.” “Sì, questo è il punto centrale, l’evento scatenante.” E così via.  6. Se necessario, dare comunque spazio a chiarificazioni di tipo esegetico, le quali potrebbero attutire tutte quelle tendenze che mirano a strumentalizzare i passi della Scrittura, come abbiamo già visto. Eventuali discorsi sull’analisi degli Stati dell’Io o dei giochi sono a discrezione dello psicologo/filosofo/teologo. 7. Concludere con la preghiera di Perls (e subito dopo un canto):
 
Io sono io.
Tu sei tu.
Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.
Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.
Io faccio la mia cosa.
Tu fai la tua cosa.
Se ci incontreremo sarà bellissimo;
altrimenti non ci sarà stato niente da fare.
 
L’obiettivo della Psicologia biblica è aiutare l’individuo ad uscire dalle tenebre che gli impediscono di vivere pienamente, di amare, di essere amati e riconosciuti per quel che si è. Essere se stessi. Non dimostrare niente a nessuno. Realizzare se stessi, le proprie capacità, liberamente, autenticamente, solo perché è giusto, bello, perché fa parte di te. Mettere tutto ciò a servizio del prossimo, aiutare gli altri a essere se stessi. E aggiungerei gli obiettivi di Berne: vivere con consapevolezza, spontaneità, intimità. In altre parole, raggiungere la felicità, se questa significa vita piena. Di per sé la felicità non può darsi, perché la sofferenza dilania il mondo. Ma c’è qualcosa di diverso: è la pienezza di vita. Se per felicità s’intende la pienezza, allora la Psicologia biblica cerca di raggiungere questa pienezza.
 
Un’ultima indicazione: c’è una differenza tra il guarire attraverso la consapevolezza, e la guarigione specifica di un trauma (o l’intervento diretto sul copione). Se chi guida il gruppo è uno psicoterapeuta (o un filosofo/teologo psicoterapeuta), potrebbe naturalmente affrontare una problematica grave. Ora, so che in genere quest’argomento – fino a che punto un filosofo/teologo può spingersi? - è molto delicato, anche perché le leggi in materia cambiano di paese in paese. Negli Stati Uniti il confine tra psicoterapia e coaching sembra essere molto labile, mentre in Europa vi è più severità. Alla fine del saggio propongo una possibile struttura per una Magistrale in Psicologia biblica. Questo significa che, in un lavoro a parte, bisognerà affrontare questioni più pragmatiche: ad es., se sia possibile – mettendo in piedi un progetto - inquadrare lo psicologo biblico nell’albo degli psicologici, con possibilità di accedere a scuole di specializzazione in psicoterapia.
 
Che cosa sia lo Script nell’Analisi transazionale
 
Uno scoglio da superare, all’inizio, è la questione terminologica. L’Analisi transazionale è estremamente chiara, anche quando non lo è. Quando Berne scrive Ciao... e poi? è assolutamente evidente che lui è in una fase dinamica della teoria: la sta costruendo, si confronta, cerca di organizzare il materiale. In altre parole, non presenta un sistema già pronto, ma lo sta creando. Questo spiega perché, a volte, alcuni concetti o definizioni potrebbero coincidere, o essere due facce della stessa medaglia, oppure non essere semplicemente chiari. Il problema della terminologia è ben noto nell’AT, ma non è tale da rappresentare un impedimento alla sua applicazione, né mina la sua validità o verità.
 
Ma veniamo a noi: che cos’è un copione? Il copione, per Berne, è un piano di vita. Questo piano si basa su una decisione presa nell’infanzia, sotto l’influenza di ingiunzioni verbali o non verbali (ma in entrambi i casi inconsci per chi li manda). I copioni possono essere perdenti o vincenti (queste categorie non vanno usate in senso sportivo). Un copione perdente o vincente ha un tornaconto finale (suicidio, gloria, etc.). L’ingiunzione è un ordine distruttivo che in genere viene dai membri della famiglia. È l’ingiunzione che determina la decisione. Ed è la decisione che sta alla base della costruzione del copione. La contro-ingiunzione è un ordine contrario, che potrebbe venire anche dall’individuo stesso a seguito di un’esperienza esterna, ed essere rinforzato da avvenimenti interni alla famiglia.
 
L’ingiunzione, per la Psicologia biblica, è un fatto che accade, ad es.: “Non essere te stesso” (che, ricordiamolo, può essere detto verbalmente o, più spesso, non verbalmente). La contro-ingiunzione può essere, sì, un fatto, ma anche una conseguenza ad un fatto esterno, ad es.: Giulio è un ragazzino che viene umiliato davanti ai suoi compagni da un ragazzo. Dopo aver gettato a terra il ragazzo con tutto il suo motorino, Giulio dentro di sé dichiara: “La mia famiglia vive in una baracca? Staremo a vedere.” Egli prende una decisione dandosi un ordine: nessuno mi metterà mai i piedi in testa; vi farò vedere io di che cosa sono capace. Questo copione (in realtà è un anticopione, perché il copione inizale era positivo: “Sii te stesso, e libero”) prevede la dimostrazione, ma anche implicitamente la lotta contro le avversità – qui il rinforzo si ha quando la famiglia ha magari avuto un problema grave, come l’incidente di un genitore, a partire del quale comincia una lunga lotta contro la realtà per andare avanti. In “Guardate, la sua famiglia vive in una baracca” non è necessario che l’insulto corrisponda ad una verità fattuale, nel senso che Giulio prende la metafora (baracca = condizioni umili) come un affronto la cui potenza emotiva è titanica. Un evento simile fa crollare, almeno qui, molto della teoria di Freud. Certo, alcuni elementi freudiani potrebbero rimanere, ma solo suo sfondo, e senza significato. In altre parole, alcuni eventi esterni hanno una potenza tale da far diventare il complesso di Edipo uno scherzo. Ciò che io chiamo portata emotiva (o potenza emotiva) contribuisce al concetto proposto da Berne sulla variazione d’intensità di un’ingiunzione (vedi Ciao… e poi? VII, 2). Il punto fondamentale è che qui non siamo in presenza di possibili “interpretazioni” di realtà nascoste, ma di fatti ben precisi, di eventi scatenanti che si ricordano con esattezza.
 
Ora, a quest’evento un altro bambino/ragazzino avrebbe potuto reagire in modo completamente diverso, chiudendosi in se stesso e scegliendo la morte psicologica. Da dove proviene, dunque, questa forza decisionale, quel farti reagire in un senso o in un altro? Dal demone. La realtà del demone, di cui parla Berne, è davvero interessante. Il demone è una forza che fornisce la spinta necessaria a far sì che l’individuo si getti verso la propria autodistruzione (Ciao… e poi? XIV, 9). Egli dichiara che il bambino possiede un demone interiore “e a volte ha una propria possibilità interna di liberazione,” (Ibidem, VII, 16). Io ritengo che il demone possa essere una forma d’istinto, una certa quantità di aggressività innata che, in una data situazione, ti fa reagire in un senso come in un altro, accettando l’ingiunzione o la contro-ingiunzione (o dandosi una propria contro-ingiunzione, etc.). Quest’aggressività “buona”, come nel caso di Giulio, può certamente essere rinforzata da comportamenti appresi in famiglia, o da un particolare mito familiare (“Mio nonno è buono e generoso, ma se qualcuno oltrepassa il limite, lui agisce per ristabilire la giustizia, o per farsi valere”). Queste dinamiche potrebbero essere assimilate nel tempo, diventando una seconda pelle.
 
Come stabilire, dunque, se Giulio decide per imitazione o autonomamente in virtù dell’istinto, o entrambe le cose? Questo punto non è semplice da chiarire. Io tenderei a proporre la soluzione seguente: la contro-ingiunzione del nonno (acquisita in modo classico) o l’ordine che il bambino si dà, dovrebbero essere eventi che si ricordano e di cui è possibile valutarne la portata emotiva. L’evento che determina una portata emotiva maggiore, e quindi una decisione radicale e potente, è ciò che ha quindi determinato la scelta dell’individuo. In entrambi i casi (imitazione del nonno o spinta naturale aggressiva) si ha un’azione non libera. La libertà interviene quando si decide di tornare ad essere se stessi. L’espressione “aggressività buona” è chiaramente un ossimoro, ma cerca di descrivere una realtà. È buona perché non è indirizzata verso la distruzione del prossimo. Un individuo con un’ingiunzione grave (“Non esistere”), ad un evento esterno potrebbe reagire con violenza e decidere di uccidere qualcuno.
 
I miti (o storie, film) a cui aderisce Giulio nel tempo potrebbero essere: Enea o Batman. Se la natura, assieme all’educazione, gli elargisce anche doni eccezionali (enorme sensibilità, intelligenza, e abilità), allora abbiamo il tipico copione del Genio universale. Ma anche se i frutti materiali sono positivi, non è detto che sia un anticopione positivo per chi lo vive dal punto di vista psicologico. Il genio dovrà darsi il permesso (la libertà a cui si accennava prima) di realizzare le proprie capacità a prescindere dalle aspettative (l’ordine) che si era dato da piccolo. Non deve dimostrare niente a nessuno, ma essere se stesso, gioire delle proprie capacità, metterle a servizio del prossimo. Essere libero. Non ritenere che tutto sia una questione di vita o di morte. Guastare il presente, ogni attimo, e non vivere in funzione del “grande progetto” che lo consacrerà agli occhi dei posteri. E che non è un dramma se egli non viene riconosciuto dal mondo per le sue opere, anche perché l’artista sa che ciò potrebbe accadere e che magari verrà riconosciuto solo dopo uno o più secoli. Se non si libera dall’ordine che si è dato, il rischio è di rimanere nella contro-ingiunzione “Non riuscire”. In questo caso, “Non riuscire” significa non vivere pienamente, non godersi – nell’accettazione positiva del termine – la vita, e così cadere in malinconie cosmiche, in stati depressivi perché “nessuno riconosce le sue capacità”, il suo essere come Michelangelo, o averlo superato.
 
La contro-ingiunzione che cambia o modifica il copione iniziale, può essere data, e accettata, anche più tardi, ad es. nella pre-adolescenza (dipende sempre dall’intensità dell’evento scatenante). Naturalmente un individuo non è solo il punto centrale del suo copione. Egli può essere abitato da una ricchezza immensa. Per rimanere nell’esempio, il genio in questione potrebbe essere generoso, un po’ per natura, e un po’ perché ha come modello i propri nonni. In questo caso il copione potrebbe essere arricchito con personaggi presi a modello, quali: Verrocchio, Raffaello, l’Abbate Faria; cioè tutte persone di genio ma non egoiste. Nella storia che qui propongo, ho accennato di sfuggita all’ingiunzione di Giulio. Di base, era positiva: “Sii te stesso,” “Sii libero”. Ma la contro-ingiunzione lo ha reso un copione artificiale (in senso berniano), intrappolandolo in un ruolo. Naturalmente, gli aspetti positivi dell’ingiunzione originaria non vengono soppressi del tutto: ad es., il permesso della libertà assoluta, di cui il genio ha una necessità radicale, il permesso di varcare ogni soglia, di superare i limiti.
 
Ora, in base alla decisione presa nell’infanzia, l’individuo comincia una lenta costruzione del suo proprio dramma: s’identificherà con personaggi ben precisi (vittime, eroi, carnefici) che lo confermeranno nella sua decisione; si circonderà di persone che collaboreranno inconsciamente al dramma; sperimenterà, per poi confermarli, i suoi giochi psicologici preferiti; indosserà una “maglietta”, ovvero motto, che descriverà il suo modo di comportarsi; avrà un programma ben preciso, uno stile di vita frutto del copione. Ricercherà dei sentimenti ben specifici: i “buoni premio”, anche se negativi, secondo la legge: tra una carezza negativa e un’assenza totale di carezze, l’individuo sceglie la carezza negativa (poiché è una necessità biologica legata alla sopravvivenza materiale e psichica). Il copione potrebbe presentare delle contraddizioni, dal momento che i genitori, a loro volta, hanno piani che, se non coincidono in qualche modo, allora si differenziano. Ne consegue che le ingiunzioni potrebbero non essere lineari (quindi si hanno le contro-ingiunzioni classiche, cioè quelle che non si dà il soggetto da sé, la vengono trasmesse in modo classico) e provocare nell’individuo delle lotte e contraddizioni interne, o la decisione di costruire un copione diverso. Il copione, inoltre, determina la posizione esistenziale dell’individuo: “Io sono OK,” Io non sono OK” - queste posizioni sono spiegate in modo dettagliato da Berne. Qualsiasi copione è artificiale se tende a limitare, come scrive Berne, le aspirazioni spontanee e creative degli uomini, nonché la loro capacità di entrare in intimità con il prossimo.
 
Nonostante egli sembri, alla fine, molto scettico sulla possibilità degli individui (almeno per la maggior parte) di liberarsi dalle catene del proprio copione artificiale, Berne ritiene che solo la psicoterapia, l’amore, o una causa esterna potente (come una guerra), possano attivare un processo di liberazione. La liberazione si ottiene non solo con la consapevolezza, ma soprattutto con il permesso che l‘individuo si dà di contravvenire all’ordine che gli è stato imposto, o che si è imposto, e a cui lui ha aderito. Il permesso presuppone naturalmente una decisione (in questo caso una ridecisione). Permesso e ridecisione potrebbero essere usati come sinonimi. È importante capire che, anche quando l’individuo prende coscienza del proprio copione, questo non significa automaticamente che riesce a liberarsene. C’è bisogno di tempo. All’inizio, alcuni sentono una liberazione mista a confusione, dal momento che l’apparato artificiale della loro vita comincia a perdere pezzi. Essere se stessi è facile da dire, ma non da... essere.
 
Un esempio concreto di nascita del copione
 
Una decisione non è presa per un evento una tantum, a meno che questo non sia traumatico o comunque di grande portata emotiva. La decisione viene presa quando l’ingiunzione viene data con una certa frequenza. L’ingiunzione può essere verbale o non verbale, e quasi sempre inconscia - nel senso che chi la dà non si sta rendendo conto del male che fa, o più semplicemente: non sa quello che fa. Una bambina cerca di catturare l’attenzione dei genitori, i quali la ignorano. Oppure dopo aver fatto un bel disegno, uno dei genitori fa solo un cenno con la testa, come a voler dire: “Va bene, e quindi?” La bambina allora riceve il messaggio: “Non crederci troppo”, che nel nostro linguaggio si traduce nell’ingiunzione “Non riuscire”. A volte gli individui più intelligenti riescono a formulare, intuendola, l’ingiunzione, pur ignorandone tutti i meccanismi: “Sai, ho sempre avuto la sensazione che non dovevo crederci troppo, o una voce che mi dice: sì ok, ma non crederci troppo.”
 
Ora, se la bambina accetta l’ingiunzione la sua vita sarà quasi certamente un susseguirsi di insuccessi, di relazioni fallite, di svalutazioni; oppure, grazie al demone, s’imporrà una contro-ingiunzione per ribellarsi: “Non devo crederci? E invece no, ci crederò… dovesse costarmi la vita!” O ancora, dal padre: “Non crederci troppo”; dalla madre: “Studia, come ho fatto io.” Nel nostro linguaggio: “Non riuscire” e “Lavora sodo” (= “Riesci!”). Ne consegue un disastro esistenziale. La bambina, ora una donna, studia e si laurea, ma poi la voce dell’ingiunzione si fa sentire: “Cosa sto facendo? Io non posso credere che andrò fino in fondo, non ha senso. Ho deciso di iscrivermi ad un altro corso.” E così via per altre cinque o sette lauree, senza mai avviare la propria carriera lavorativa. La vita sentimentale sarà un inferno: lei vuole qualcuno che la ami davvero, ma non ha il permesso di crederci. Troverà dunque una scusa per far fallire la relazione. Oppure farà allontanare da sé gli uomini, ad esempio andando a letto con tutti, anche con uno appena conosciuto nella metro. La sua azione è un sabotaggio della sua immagine pubblica - ma potrebbe essere anche un tentativo di autodistruzione, perché se decidi di andare a letto con uno sconosciuto incontrato alla stazione di Milano, il rischio potenziale di un’aggressione violenta non è per niente basso. Qui l’analisi dettagliata del copione getterà maggiore luce anche sul tornaconto finale (in questo caso, sondare la scenografia della morte come spiegato da Berne).
 
II
 
Le principali ingiunzioni alla base del copione
 
In questa sezione riporterò le principali ingiunzioni partendo principalmente dalla lista dei coniugi Goulding. Per ognuna di esse – che qui riteniamo universali, poiché riscontrabili in tutte le epoche e culture – presenterò dei casi reali, nonché un corrispettivo biblico, ovvero una storia che potrebbe racchiudere tale ingiunzione, o che potrebbe far lavorare il gruppo in tal senso. In alcuni punti opero una classificazione un po’ diversa, ma che non ne cambia la sostanza. Se necessario, accennerò anche a possibili esempi di contro-ingiunzione. Non va dimenticato che l’individuo può avere una o più ingiunzioni. La contro-ingiunzione può confermare l’ingiunzione oppure, come abbiamo visto, contraddirla e dare via ad un nuovo copione. L’ingiunzione collaterale è quando una o più ingiunzioni originarie potrebbero averne generata un’altra naturaliter, ad es. “Non esistere” potrebbe avere come conseguenza il “Non essere importante” o “Non riuscire”. Potremmo dunque classificare le ingiunzioni in: 1. Ingiunzioni primarie; 2. Ingiunzioni secondarie (ovvero collaterali); 3. Contro-ingiunzioni.
 
È necessario, dal mio punto di vista, non cadere nella trappola di credere che la versione positiva dell’ordine “Non essere importante”, e cioè “Sii importante”, sia a prescindere un ordine positivo. Non è così. Quando infatti l’individuo non riesce ad essere “importante”, allora ecco che il castello di carta crolla. Per la Psicologia biblica il nocciolo del problema sta nella differenza tra copione artificiale e copione autentico (un non copione?), ovvero libero dalle aspettative altrui o che l’individuo si è auto-imposto. Bisognerebbe evitare anche la classificazione di Berne secondo la quale gli ordini producono tre tipi di persone: i vincenti, i perdenti, e i non-vincenti. Così come dovrebbero essere abbandonate le espressioni di “perdenti” e “vincenti” (sebbene capiamo le buone intenzioni di Berne). Ma ad es. è difficile accettare la sua idea per cui un individuo che si pone un obiettivo e lo raggiunge, è un vincente, perché altrimenti i nazisti, nei confronti degli ebrei, sono stati dei campioni… Questa è la parte che mi ha sempre convinto di meno del suo sistema. Un imprenditore che raggiunga tutti i suoi obiettivi, ma poi sappiamo che per esistere, in quanto tale, la sua azione contribuisce allo sfruttamento di esseri umani in Africa (magari perché opera nel settore tecnologico), io non riesco a considerarlo un “vincente” – forse lo è tecnicamente, ma non umanamente. All’espressione “vincente” la Psicologia biblica dovrebbe preferire “autentico”.

 
NON. Questa è l’ingiunzione che i coniugi Goulding definiscono della paura, cioè data da genitori paurosi ai loro bambini: “Non giocare fuori con la neve” “Non trotterellare altrimenti cadi” “Non correre altrimenti sbatti la testa” “Non ti arrampicare” “Copriti”. Se sono generate dalla fobia del genitore, non si trattano di frasi di buon senso. Perciò il bambino cresce nell’insicurezza: “Non ne combino una giusta” “Non so che fare” “Vorrei che qualcuno mi dicesse cosa fare”. Per lui sarà molto difficile, una volta cresciuto, prendere delle decisioni. Naturalmente, l’individuo può darsi da sé l’ingiunzione “Non”. Marta (uso un nome di fantasia, ma la storia è vera), aveva la madre malata. Lei ha dovuto dunque occuparsi sempre di tutto, fin da piccola. Quando poi Marta ha avuto i suoi due figli (Giulia e Mario), si è sempre occupata di tutto lei, non permettendo quasi mai ai figli la libera iniziativa. Come marito scelse un nulla facente da mantenere, così da poter dire: “Vedete? Devo fare tutto io.”
 
Per conseguenza, Giulia è cresciuta con l’ingiunzione “Non pensare”, e quando il maestro di musica intavolava una discussione filosofica, lei rispondeva che aveva paura di pensare, perché temeva che gli arrivasse qualcosa di brutto (che qualcosa “si rompesse nella sua testa”) dal momento che pensare comporta anche la riflessione su problemi molto seri e drammatici. L’ingiunzione “Non pensare” era accompagnata dal “Non sentire” (molto affine al “Non entrare in intimità”), e quando il maestro di musica le chiedeva cosa provasse pensando alla sofferenza del mondo, o quando osserva qualcuno provare gioia, oppure, in altre occasioni, cosa provasse dopo aver suonato, lei rispondeva di non riuscire a sentire nulla: “Questo è il punto, io non sento nulla”. Una situazione simile al non sentire di Bobby Dupea nel film Cinque pezzi facili (1975) con Jack Nicholson. Ma Giulia di per sé non era insensibile. La verità è che per sopravvivere aveva escogitato una strategia per non confrontarsi con le proprie ombre. Diceva di aver messo, in una parte della sua testa, tutti gli episodi brutti della sua vita, soprattutto certi fatti che aveva vissuto da piccola. Li teneva lì, chiusi a chiave, per non confrontarsi con il dolore. Il “Non pensare”, nascondeva in realtà una dinamica più profonda. Giulia aveva circa diciassette anni, e siccome pensava di dedicarsi all’arte, risolvere o superare questi blocchi era di cruciale importanza. Il fratello più piccolo aveva un malattia rara e poteva morire da un momento all’altro. Probabilmente lei ha vissuto episodi di disperazione in famiglia, che potrebbero averla traumatizzata o comunque toccata nel profondo, al punto da farle escogitare la strategia del “Non sentire”. La cosa interessante e ricca, è che, dopotutto, Marta era una mamma straordinaria, e per molte cose un modello. Doveva esserci in lei una qualche contro-ingiunzione che la spingeva ad agire bene, fornendo a Giulia l’opportunità di realizzarsi. Marta cercò di fare un passo indietro. Miti o storie della Bibbia da utilizzare:
 
Su “Non pensare” : la questione del Sabato in Matteo 12, 1-8 (cioè l’incapacità di vautare criticamente una legge insensata).
Su “Non decidere” : l’epidosio del Giovane ricco in Matteo 19, 16-22 (che pero’ puo’ essere utilizzato anche per lavorare su altre ingiunzioni, come “Non essere te stesso”).

 
NON ESISTERE. Questo è il messaggio tra i più pericolosi. Il bambino sente di essere un ostacolo alla felicità dei genitori, o alla loro indipendenza, oppure di non essere accettato, di essere un peso. Il messaggio viene trasmesso quando, scrivono i coniugi Goulding, il genitore tiene in braccio il bambino senza cullarlo, si lamenta o urla se il bambino vuole qualcosa, o è fisicamente violento. Oppure, l’esperienza mostra come il messaggio possa essere dato da una madre che mette al mondo un figlio solo per soddisfare il desiderio morboso di suo padre (intendo il padre della mamma in questione): “Non ti volevo, sei qui solo perché volevo un po’ di amore da tuo nonno. Ma anche dopo che sei nato, non ho comunque ricevuto carezze da lui. Non ti voglio, quindi vedi di non fare troppo rumore.” Ora, è possibile che il messaggio sia trasmesso anche da altri componenti della famiglia o da chi si occupa del bambino. “Sei nato prima del matrimonio” “Non volevamo più bambini, ed eccoti qui” “Tua madre è morta a causa tua, per averti messo al mondo” “Il mio parto è stato molto doloroso a causa tua”. Questi messaggi, ripetuti <<molte volte in presenza del bambino, diventano il ‘mito della nascita’, che dice: “Se tu non fossi esistito, le nostre vite sarebbero migliori,”>> (M. Goulding, R. Goulding, Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale, II, Ingiunzioni).
 
Debora frequenta Cristian, un uomo violento e possessivo. Il migliore amico di lei cerca di proteggerla. Una sera Cristian decide di ammazzare la donna, dicendole che voleva parlarle un’ultima volta. Debora vorrebbe rifiutare, è indecisa, non sa come gestire l’insistenza del compagno; sembra dare un appuntamento o comunque informa l’uomo che di sera uscirà con il suo amico. La donna e l’amico escono dal ristorante. Cristian li attende e cerca di parlare con Debora, ma all’improvviso tira fuori un coltello. L’amico interviene e viene pugnalato, ritrovandosi così in fin di vita. La donna è salva ma, nei giorni successivi, si presenta solo una volta in ospedale, per poi scomparire per sempre dalla vita dell’amico. L’amico, a seguito di lesioni interne gravissime, rimane disabile, perde il lavoro, e rimane sconvolto dall’atteggiamento di Debora. L’aggressore rimane solo pochi anni in carcere ed esce per buona condotta. La donna viveva sotto l’ingiunzione “Non esistere” e per conseguenza il suo copione prevedeva un tornaconto tragico, ovvero la sua uccisione. L’amico, con il suo atto eroico, aveva fatto saltare il copione della donna, provocando in lei rabbia e frustrazione. In copioni di questo tipo l’obiettivo è farsi uccidere, o il suicidio, oppure un suicidio lento (autodistruzione con alcool, droghe, martirio, etc.). Brani biblici su cui lavorare:
 
Giobbe 3, 1-13
Episodio di Giuda Iscariota in Matteo 27, 3-5.

 
NON ENTRARE IN INTIMITÀ. Questo messaggio, incredibilmente molto comune, è rinforzato anche dalla società capitalistica, che spinge massicciamente gli individui a vivere relazioni di tipo utilitaristico o di edonismo puro. Quando una mamma non culla in braccio il bambino, offrendo sicurezza, o quando nei primi anni, ripetutamente lo tiene a distanza quando cerca carezze, impedendogli di avvicinarsi, allora il messaggio che passa è quello di non entrare in intimità: “Non voglio il contatto fisico con te.” I Goulding descrivono anche un’altra possibilità di creazione dell’ingiunzione, e cioè l’improvvisa scomparsa del genitore, oppure un divorzio, che portano il bambino a non entrare più intimità con nessuno. È un’ingiunzione che può darsi anche da solo <<dicendosi cose come: “Che scopo c’è ad entrare intimità, tanto poi muoiono,”>> (Ibidem, II, Ingiunzioni). Tanto muoiono, oppure prima o poi vanno via, mi tradiscono, etc.
 
Individuare questa ingiunzione non è difficile. In genere l’individuo coglie qualsiasi occasione per intellettualizzare, far saltare una relazione che sta andando bene, oppure gioca a “Difetto” o “Si’, ma...”, escogitando ogni sorta di risposte (anche sbagliate) per mettere in difficoltà l’interlocutore, o ancora, non riesce ad esibirsi in concerto, in teatro, ovvero in tutte quelle discipline che prevedono un contatto emotivo radicale. È una posizione depressiva. È il bambino impotente che vive bloccato e non riesce ad affrontare tutte quelle situazioni che prevedono, per l’appunto, l’intimità. Nell’individuo in questione (e non è raro) possono esserci più ingiunzioni, come “Non essere importante,” “Non riuscire” – l’analisi stabilirà se sono nel gruppo delle primarie (date quindi dai familiari o da coloro che crescono o stanno quotidianamente con il bambino), oppure secondarie. Giovanni conosce una brava ragazza che ha intenzioni serie. Tutto procede per il meglio. All’improvviso, comincia ad essere sopraffatto da dubbi “Non so cosa voglio per davvero” “Sì, sto bene con lei, ma magari un giorno deciderò di andare via da Parigi. Forse è meglio stroncare sul nascere questa cosa” “Sta andando tutto troppo veloce”.
 
Giovanni inizia così a creare intellettualizzazioni degne di Heidegger. In realtà, ha paura di vivere l’autenticità del sentimento, perché teme l’abbandono. Non riuscendo (o non potendo) guardare in faccia la realtà, trova giustificazione alla sua disperazione nella sociologia: “I tempi sono cambiati, le relazioni stabili non esistono più”. Giovanni ha studiato recitazione, ma ha poi deciso di non salire più sul palco, ma di dedicarsi alla critica teatrale e al dottorato, dove può dar libero sfogo alle sue profonde intellettualizzazioni. Non si interessa alle emozioni, ma alla tecnica degli attori, alla struttura delle pièce, etc. Nelle discussioni con gli amici, anche quando non padroneggia un dato argomento, insiste fino allo sfinimento a trovare difetti: “Sì, ma tutto è illusione; io potrei essere un cavallo, anche se tu mi vedi come uomo. Il mio essere in quanto tale è cavallo,” guardandoti con il sorriso del bambino che pensa: “Hai visto? Riesco sempre a trovarne una. Non è prodigioso?”. Il non entrare in intimità danneggia naturalmente la possibilità di vivere la compassione verso le sofferenze altrui, o anche di gioire per i successi altrui.
 
Brani biblici su cui lavorare:
 
Sul tema dell’abbandono: Salmo 27, 10.
Sul tema del tradimento percepito dal bambino nei confronti del genitore, si può usare ancora il brano su Giuda Iscariota in Luca 22, 47-48,
Marco 7, 1-5, dove i farisei cercano difetti nella dottrina di Gesù. Questo brano può essere usato anche per descrivere l’ingiunzione “Non pensare” (e quindi attenersi alla rigida norma).
Luca 10, 25-37, il Buon samaritano. Qui è possibile lavorare sull’incapacità di entrare in intimità con chi soffre.
O scegliere altri brani che potrbbero adattarsi al tema.

 
NON ESSERE IMPORTANTE. Quest’ordine – ingiunzione, messaggio, ordine, sono qui utilizzati sempre come sinonimi – può essere trasmesso in vari modi. Quando ad esempio s’impedisce al bambino di parlare, come a tavola; quando in famiglia tutti vengono prima di lui, dei suoi bisogni, etc.; quando gli si fa credere che non riuscirà a combinare nulla nella vita (in questo caso è complementare al “Non riuscire”), oppure gli si fa credere che potrebbe riuscire, ma nessuno dovrà saperlo. Un bambino potrebbe fare carriera nella musica, ma mentre suona un brano al pianoforte, dicendo entusiasta: “Mamma guarda!”, lei con freddezza risponde: “Ok.” Oppure sbuffa esausta coprendosi il volto con le mani – questa scena, molto violenta, si riscontra quando i genitori sono psicotici e/o depressi. Questi bambini, a volte, capiscono che il genitore ha qualcosa che non va e dicono: “Ma che ne so che ha mia mamma…”, sottinteso: “Mia mamma non sta bene.” Purtroppo in casi gravi di questo tipo, le ingiunzioni che i bambini ricevono sono gravi e molteplici. I Goulding descrivono anche il caso delle persone di colore, le quali possono ricevere l’ingiunzione per aumentare le chance di sopravvivenza, non mettendosi nei guai con i “bianchi”. Tale ordine viene, allo stesso tempo, rinforzato dal contesto sociale (la discriminazione da parte dei bianchi). La timidezza può essere una conseguenza di questa ingiunzione, ad es. quando una mamma non permette al bambino di parlare o parla al suo posto in continuazione (nelle forme gravi si sfiora il mutismo). Il dramma è che i genitori incolpano il bambino, o comunque mandano lui dallo psicologo. Il messaggio è “Non essere importante,” dal momento che ciò che dici non ci interessa.
 
Brani biblici su cui lavorare:
 
Salmo 22, 6
Sul non parlare: Marco 10, 48, Luca 1:20

 
NON ESSERE UN BAMBINO. È l’ingiunzione di Marta, a cui è stato detto che, d’ora in poi, avrebbe dovuto occuparsi di tutto lei, perché la madre sta male. Deve occuparsi della casa, di eventuali fratellini o sorelline, del padre (che è poi un altro figlio, soprattutto in famiglie dalla mentalità patriarcale), e del marito nullafacente. Marta non ha diritto di divertirsi, di prendersi una pausa, di andare in vacanza o addirittura di passeggiare nel meraviglioso bosco vicino casa. Gli è stato detto che ormai è una “donna”, ma deve fare tutto da sola, occuparsi sempre “di loro”. A volte – ed è un dramma nel dramma – questo messaggio si accompagna all’ingiunzione “Non stare bene”, tipico di quelle famiglie ipocondriache in cui qualcuno deve stare male, e se non sta male bisogna trovargli qualcosa, anche creando la malattia di sana pianta (cioè indotta).
 
Brani biblici:
 
Marta e Maria in Luca 10, 38-42.

 
NON CRESCERE. È il bambino, o la bambina, che crescendo sente, in realtà, di non avere il diritto di essere indipendente o conferma la propria incapacità nelle cose, non pensa cioè con la sua testa. È la bambina che non può truccarsi altrimenti perderebbe l’amore del padre. L’esperienza dimostra che tale ingiunzione può essere data da una madre psicotica e depressa che percepisce la sua propria identità unicamente in funzione di quella del figlio: “Io e Marco vorremmo che tu facessi questo” “Io e Marco abbiamo deciso,” etc. Questo implica che il suo bambino dovrà rimanere per sempre un bambino, e non avere una personalità sua propria. Queste situazioni, almeno nei casi da me individuati, viaggiano con altre pesanti ingiunzioni (a causa di una nonna con fobie, un nonno paranoico, etc.). Mamme di questo tipo, parlando con altre persone, possono rivolgere domande, apparentemente innocue, come: “Ma tua madre che cosa ha pensato quando hai deciso di andare via di casa?” E alla risposta: “Ognuno deve vivere la propria vita,” la mamma in questione rimane in silenzio, mentre una persona libera e autentica direbbe: “Sì, è vero.”
 
In altri casi, l’individuo che vive sotto questa maledizione, da adulto ricrea il mondo di quando era piccolo (pupazzi, video-giochi, etc.), in una spirale regressiva. A volte la giustificazione è che sono dei “collezionisti”. Quasi sempre sono individui che, a trentacinque anni, vivono ancora con i genitori urlando: “Mamma, dove sono le mie calzette?”. Quando vanno a vivere da soli, magari cedendo al giudizio sociale che li vede come dei falliti, rimangono comunque nei paraggi e legati patologicamente alla mamma. In genere non realizzano mai i loro propri sogni, ma quelli dei genitori. Una volta concretizzato il sogno, cadono in depressione perché sentono di aver vissuto nell’illusione o come burattini. Questa ingiunzione ne impica un’altra: “Non essere te stesso”. Naturalmente, “Non essere te stesso”, come vedremo a breve, si presenta in due modi: o come ingiunzione specifica, oppure come ingiunzione generale sottesa a tutte le altre, dal momento che tutti i copioni, essendo artificiali, implicano il non essere se stessi. In “Non essere un bambino” l’individuo rinuncia ad essere se stesso in senso generale.
 
Brani biblici:
 
Amnon e Tamar in 2 Samuele 13, per il rapporto malsano di possessione.
Dalila e Sansone in Giudici 16.
Oppure altri brani a discrezione di chi guida il gruppo.

 
NON RIUSCIRE (NON AVERE SUCCESSO). Questo messaggio può essere trasmesso da padri competitivi e insensibili che hanno avuto un successo superficiale nella vita. Esempio: un bambino manifesta la volontà di essere colto. Il padre intellettuale, temendo di essere un giorno superato, gli dice: “Sei sicuro di voler leggere quel romanzo? Sono mille pagine”. Dopo aver detto “…mille pagine”, aggiunge un risolino. Che tradotto significa: “Tanto non ci riesci” “Non crederci troppo” “Ma davvero ci stai credendo?” “Non mi superare o perderai il mio affetto,” etc. In altre parole: non riuscire. Tale ordine può essere trasmesso anche quando il genitore critica costantemente i figli, lasciando intendere che non sono capaci di farne una giusta. I bambini possono arrivare a prendere decisioni drammatiche sul loro conto, credendo di essere degli incapaci, o individui che non potranno mai vincere o andare fino in fondo nelle cose.
 
Il “Non riuscire” si può presentare come una contro-ingiunzione, quando la madre dice alla figlia: “Lascia stare tuo padre, sii come me, studia. Nella nostra famiglia le donne sono colte e indipendenti.” Oppure la c.i. parte dalla bambina: “Io stupida? Ti farò vedere io di che cosa sono capace, dovesse costarmi la vita.” O ancora, come abbiamo visto nel caso del genio, il contrordine potrebbe avvenire a seguito di circostanze esterne completamente sganciate da dinamiche legate alla famiglia. Certo, formalmente l’individuo in questione “riesce” a superare il padre, o a realizzare la Cappella Sistina, valorizzando e mettendo in pratica delle capacità che effettivamente ha, ma non riesce ad essere pienamente se stesso, né autonomo.
 
Una variante è data da quelle famiglie immorali che spingono i figli a “vincere” costi quel che costi. “La vita è una lotta” “Come credi che abbiamo ottenuto tutte queste ricchezze? Con la sopraffazione!” Questi genitori vogliono che i figli sopprimano le loro emozioni e paure. Ne consegue un’ingiunzione secondaria: “Non sentire”. Sono famiglie che si “sono fatte da sole”, che vivono in genere nel terrificante sogno americano (ce ne sono anche qui in Europa), che non hanno il senso della misura e comprano quattro o cinque macchine quando in casa sono due più il bambino piccolo. Il loro arredamento è di lusso ma pacchiano; il loro linguaggio volgare perché hanno origini periferiche. Mandano i loro figli in scuole di élites per imitare l’aristocrazia. Una storia vera: Veronica ha sei anni e non vuole partecipare al saggio di pianoforte di fine anno. I genitori la sgridano: “Se non suoni non ti pago più le lezioni di musica.” “La vita è una lotta, ti devi fare avanti.” Quasi sempre non si rendono conto della follia di ciò che dicono, dal momento che, ad es., se si reprimono le emozioni solo per “vincere”, l’esibizione non ha più alcun valore (la musica è infatti un’arte). In realtà, ciò che stanno dicendo è: “Sii come me, come noi.”
 
Naturalmente la Psicologia biblica intende per “riuscita” o “successo” l’autenticità, la spontaneità, l’essere se stessi, il realizzare se stessi rispettando i propri sogni e le proprie capacità e tutto ciò che è stato detto sopra. In conclusione, io ritengo che i messaggi “Lavora sodo” “Sii forte” “Sforzati” “Sii perfetto”, vadano inquadrati in questa sezione, perché implicano, di fatto, il “Non riuscire”. E sono messaggi che presuppongono di solito una condizione: “Lavora sodo, altrimenti…” “Se non dimostro, tradisco me stesso, la promessa” etc.
 
Brani biblici:
 
Episodio Torre di Babele in Genesi 11, 4 sulla dinamica dell’arrivismo.
Sulla competizione familiare, vedi l’invidia di Saul e David in 1 Samuele 18, 7-9.

 
NON ESSERE TE STESSO. Quest’ordine si presenta in due modi: 1. come ingiunzione generale, ovvero quando l’individuo non raggiunge la vera e piena realizzazione di sé; 2. come ingiunzione specifica, ovvero relativa al problema identitario. Premesso che, in senso generale, tale ordine è sotteso a tutti gli altri, qui ci occuperemo del secondo caso. Il celebre cantautore francese Serge Gainsbourg era in realtà un pittore. Oltre all’insegnamento in una scuola d’arte a Parigi, i suoi quadri iniziavano a far parlare di sé. Era da tutti considerato una giovane promessa che avrebbe fatto la storia dell’arte. La sua prima moglie era una pittrice proveniente da una famiglia aristocratica, la quale dichiarò di essersi innamorato non di lui come persona, ma dell’artista. Questo dà l’idea del valore di Gainsbourg come pittore. Ma una o più maledizioni alla base del suo copione cominciarono a divorarlo e a prendere il controllo sulla sua vita. Pur sapendo di poter raggiungere la gloria, decise di rinunciare alla pittura, distruggendo tutti i suoi quadri (ne restano solo alcuni). Iniziò a suonare il pianoforte nei locali, esattamente come suo padre, ma con l’obiettivo di diventare ricco – cosa che lo portò poi a scrivere canzoni. La ricchezza materiale era una ossessione della madre.
 
Quella di Gainsbourg era una personalità complessa e sotto scacco da diverse ingiunzioni distruttive. Non le analizzeremo tutte. Ma sicuramente rinunciò ad essere se stesso, alla sua propria identità (anche artistica) per vivere secondo i desideri del padre, che lo voleva musicista come lui (o magari fu quello che il bambino Gainsbourg dedusse), e dei bisogni ossessivi della madre. Analizzare il suo copione non è difficile, per diversi motivi: l’incredibile materiale (interviste dalla fine degli anni ‘50 all’inizio degli anni ‘90) a disposizione, dove quasi sempre parla di sé (e dove si possono anche studiare nel dettaglio tutte le sue reazioni fisiche e facciali); le sue azioni ampiamente documentate; la sincerità disarmante dovuta all’alcolismo (sugli aspetti personali più importanti, le sue affermazioni, nell’arco di quei decenni, rimasero le stesse). Il tutto crea uno schema coerente dove detto, non detto, e azione, trovano una coincidenza perfetta. Verso la fine della sua vita, in un’intervista, mentre dichiarava che sarebbe tornato a fare della pittura, lo si vede muovere la testa come a dire “No”. Questo movimento inconscio è l’ingiunzione. Tranne nei casi di un tic, l’analisi della comunicazione non verbale può essere di grande aiuto a chi guida il gruppo.
 
Un altro copione interessante (e tragico) potrebbe essere quello di Salvador Dalì. I genitori persero un bambino che avevano chiamato Salvador. Quando nacque il secondo figlio, gli diedero di nuovo il nome Salvador. Verso i 5 anni, i genitori portarono Dalì al cimitero e gli dissero che lui era la reincarnazione del primo figlio morto. Il messaggio trasmesso dai genitori è, per l’appunto, “Non essere te stesso”. L’ingiunzione può determinare anche l’identità sessuale. Tranne nei casi in cui l’identità è determinata dalla natura, il genitore può desiderare che il bambino sia diverso, perché nato del “sesso sbagliato”. I Goulding riportano degli esempi: una madre ha tre maschi, ne nasce un quarto, e fa di questo la sua “figlia”; un maschio vede che le femmine ricevono un trattamento di favore e allora decide di sostituire la sua identità sessuale per ottenere affetto; ne consegue che può “avere problemi di identificazione sessuale,” (Ibidem, II, Ingiunzioni). Un padre decide di insegnare alla figlia “cose da maschio”, etc. Questi esempi, come fanno notare i Goulding, possono essere tacciati di “sessismo”. Naturalmente non è questo l’intento, ma si cerca di descrivere ciò che accade partendo da un’esperienza data. Non c’è niente di male se una donna voglia giocare a calcio, ma se lo fa perché con ciò spera di ottenere l’affetto del padre, allora vive in uno schema artificiale.
 
Brani biblici:
 
Episodio di Giacobbe e Esaù in Genesi 27, 18-19.

 
NON STARE BENE O NON ESSERE SANO DI MENTE. Se i genitori, scrivono i Goulding, fanno “carezze ai bambini quando stanno male, e non gliene fanno affatto quando stanno bene, ciò è equivalente a dir loro: ‘Non stare bene’,” (Ibidem, II, Ingiunzioni). In realtà, il messaggio può essere trasmesso in vari modi. Nonna Eugenia è affetta da misofobia e quando si lava le mani non se le asciuga, poiché il panno è, per lei, pieno di germi. Ha trasmesso questo messaggio ai figli, fino a uno dei nipoti (il Piccolo Disperato), il quale ha iniziato a fare lo stessa verso i sette anni. “Nella nostra famiglia siamo fobici” ovvero “Non stiamo bene”. Nonna Eugenia aveva sposato nonno Benito, ipocondriaco. Nonno Benito raccontava di essere stato sempre male. La sua stanza era piena di medicinali. Nel delirio egocentrico, voleva che le figlie fossero a sua disposizione per prendersi cura di lui. Lo pretendeva nonostante fosse stato un padre assente. I figli (tre femmine e un maschio) di Eugenia e Benito avevano ognuno una qualche fobia o patologia grave. Stefania soffriva di depressione a causa del padre assente. Credendo di far piacere al padre - il quale odiava i figli ma amava morbosamente i feti ed era contro l’aborto - decise, nonostante fosse ormai molto avanti negli anni (quasi 40), di mettere al mondo un bambino con un uomo con cui si lasciò poi subito. Il figlio, che chiameremo il Piccolo Disperato, cresceva così con una madre depressa, e la cui psicosi andava acuendosi (iniziava anche a manifestare un disturbo dissociativo di personalità). Non era un figlio voluto, ma solo funzionale alla speranza che il padre, Benito, iniziasse ad amarla. In realtà, lui continuò a detestarla, dicendo di lei che era una fallita e il figlio un manipolatore. Il Piccolo Disperato, oltre a non essere ben voluto, come da tradizione familiare, doveva iniziare a stare male. La madre lo tagliò fuori dal mondo, impedendogli di andare a scuola e sviluppando così in lui forme di sociopatia.
 
Volle poi che iniziasse a studiare pianoforte, non per realizzare le sue capacità, ma, come disse: “Per farlo vivere in una bolla,” ovvero renderlo psicotico. Il nonno Benito si incaricò invece di renderlo paranoico, raccontandogli che di lì a poco i raccolti in Europa sarebbero venuti a mancare e ci sarebbe stata una spaventosa carestia; gli diceva che gli europei sono nazisti e che la Russia è il futuro. Benito aveva già distrutto il figlio maschio, il quale decise, per fargli piacere, di seguire le orme paterne andando a vivere in Sud America. Quando si sentivano per telefono, il figlio gli raccontava di complotti planetari e di piani satanici per manipolare le menti. Già a sette anni il Piccolo Disperato era paranoico; quando infatti gli chiesero se andasse al cinema, lui rispondeva: “No, perché il cinema ti mette idee strane nella testa.” Il nonno, allo stesso tempo, coglieva ogni occasione per rimproverarlo severamente: “Non combinerai mai nulla di buono nella vita”. Era inoltre geloso perché, in quei primi anni, il Piccolo Disperato non mostrava difetti fisici, né era affetto da malattie, anzi, era molto vivace.
 
La nonna Eugenia, come abbiamo visto, s’incaricò di renderlo fobico, mentre la madre Stefania continuava a renderlo incapace. Infatti, non andando a scuola, non sapeva scrivere. Un giorno obbligò il Piccolo Disperato a scrivere una pagina intera e lui ebbe male alla mano. Invece di incolpare se stessa, portò il bambino da uno specialista, perché “ha un problema alla mano”. Non avendo struttura, il bambino era costantemente irrequieto e incapace di concentrarsi. La madre diceva che “la sua testa dà i numeri”. Come giustificazione del proprio fallimento, Stefania disse che il figlio “forse è iperattivo”. Il Piccolo Disperato andava a letto a notte inoltrata e la mattina si svegliava verso le dieci/dieci e mezza, passando il resto del tempo a giocare con i trenini. Aveva solo qualche attività al pomeriggio, ma non sufficiente per sviluppare la sociabilità, o per frequentare assiduamente persone che avrebbero potuto aiutarlo (come a scuola). Non aveva alcun amico, oppure diceva di avere come amica sua cugina, che vedeva ogni tanto e che era più piccola di lui. Le sue cuginette erano molto inquietanti, il loro volto spento. La madre, sorella di Stefania, a differenza degli altri aveva studiato fino al dottorato. Era la preferita del padre Benito, anche perché, tra i suoi campi di interesse, c’erano attività legate alla fecondità e al primitivismo. Infatti, nella famiglia era importante non l’avere figli, ma l’atto in sé di averne. C’era molto il tema della protezione dei feti e della biologia (non in senso scientifico, ma primitivo). A contribuire alla confusione, c’era un interesse nei confronti di sette pseudo-spirituali, formate principalmente da persone molto confuse. Il nonno Benito, inoltre, non aveva fatto studi solidi e questo, negli anni ‘50, gli impedì di poter studiare medicina. S’interessò poi alla medicina cinese e parlava di teorie strane dove correlava le note musicali agli organi umani. Un’altra figlia, che Eugenia e Benito avevano adottata, era purtroppo affetta da disabilità motoria. Questa, sempre per far piacere al padre, si dedicò anch’essa alla pratica della medicina cinese. Benito non parlava mai di lei, e se lo faceva, metteva subito in evidenza il fatto che fosse stata adottata. Questa figli,un giorno ebbe a dire, improvvisamente e con grande tristezza: “Sono esausta.” Non  escluso che intendesse dire che fosse esausta di far piacere al padre, senza ottenere nulla in cambio. Forse sentiva di non essere parte della famiglia. Anche lei, infatti, tendeva a mettere in evidenza che fosse stata adottata.
 
Il Piccolo Disperato vedeva il padre due volte l’anno. Era un bambino sveglio e con molto talento, ma la famiglia fece di tutto per sabotarlo e renderlo un infermo. I maschi della famiglia venivano indirizzati verso studi tecnico-pratici e così fecero con lui, nonostante avesse una predisposizione per la musica. Purtroppo, tale capacità musicale non poteva più essere una via percorribile, dal momento che la sua sensibilità era stata completamente sabotata (o addirittura distrutta). Qui non mi riferisco soltanto al fatto di averlo reso psicotico, ma anche di aver accettato il pregiudizio – trasmessogli dal nonno – che lui “non doveva piangere”, e il Piccolo Disperato si vantava di essere un bambino che “non piangeva”. Avendo inibito la capacità di commuoversi, o di piangere, di “sentire”, la via dell’arte era stata anch’essa sabotata (e quindi anche la possibilità di entrare in intimità con gli altri). Nel corso degli anni, la nonna Eugenia si stufò del marito ipocondriaco-fascista e trovò un nuovo compagno, Andrea, uno psichiatra (sic!), di poco più giovane. Ad ogni modo, in generale è necessaria fare una differenza tra un “Non essere sano di mente” dovuto a cause biologiche o fisiche, e una psicosi indotta per ingiunzione da genitori a loro volta psicotici (questi figli si comportano come fossero matti, anche se oggettivamente non lo sono).
 
Brani biblici:
 
Sulle fobie, vedere Levitico 15, 5 o altri brani simili, come Marco 7, 3-4.
Sulla malattia mentale: Marco 5, 5, o altri brani simili.
 

NON FARE PARTE. Nella storia appena raccontata, la famiglia in questione era vittima anche di questa ingiunzione. Si comportavano, in effetti, come se dovessero trovarsi da qualche altra parte, e in questo caso proprio in Russia. La figlia Stefania, sempre nella speranza di ottenere l’amore paterno, iniziò ad imparare il russo, e costrinse anche Il Piccolo Disperato a farlo. Quando decise di non mandarlo più a scuola, motivò la scelta dicendo che lì diffondevano le ideologie LGBT, che guarda caso era proprio quello che pensava il padre Benito, ottenebrato dal fascismo e dall’ideologia russa. Chiamo il nonno “Benito”, dal momento che lui aveva una vera passione per Benito Mussolini. Un’altra motivazione psicotica per cui il figlio non andava a scuola era che “Se ci va, mio figlio non avrebbe più il tempo, al pomeriggio, di fare le sue cose.” Tutto ciò contribuiva a rafforzare l’idea di separazione dalla società. Stefania prese allora una decisione completamente folle, dal momento che non conosceva la differenza tra un articolo determinativo e uno indeterminativo, e cioè di scolarizzare lei il figlio. I danni cognitivi e culturali furono enormi. Quando il Piccolo Disperato aveva sei anni, il suo vocabolario era ancora quello di un bambino di tre. A sette aumentò di poco grazie alla lettura di qualche fumetto. Ma sostanzialmente le sue lacune culturali erano catastrofiche.
 
Più in generale, chi vive sotto la maledizione del “Non appartenere”, spesso ingaggia discussioni infinite sul declino dell’Occidente e dell’Europa, inneggiando alle tirannie di Russia, Cina, e Iran. Non raramente si sentono affermazioni del tipo “La Cina ci invaderà e saremo salvi” “Andrò a vivere in Cina o in Africa, lì è il futuro,” etc. Purtroppo l’esperienza mostra come queste persone siano dominate da più ingiunzioni, e a livelli molto gravi (le maledizioni). Con loro un dialogo razionale è praticamente impossibile. È interessante notare come vi possa essere una correlazione tra la fobia per i microbi (“Il mondo è pericoloso”) e il “Non appartenere” (“L’Europa è una dittatura”). Naturalmente, questa è anche l’ingiunzione delle sette e di diverse comunità religiose o pseudo-spirituali.
 
Brani biblici:
 
Genesi 12, 1
 
Permesso e guarigione
 
La realtà del permesso consiste nell’abbandonare il copione artificiale. Darsi dunque il permesso di essere se stessi, di essere autonomi. Decidere di vivere per davvero. Diventare autentici e non attori di un dramma di provincia. Naturalmente, quando si conosce il nucleo del proprio copione, quando si decide di non vivere più seguendolo, all’inizio potrebbe esserci un senso di smarrimento o disagio. Questo è normale. È come se, ad un tratto, venisse a mancare la terra sotto i piedi. È l’effetto della libertà. Ora l’individuo deve scrivere una nuova storia. Le vecchie certezze che lo rassicuravano, le vecchie scene e i vecchi tornaconti a cui era abituato, non ci sono più. È vero, molti potrebbero essere terrorizzati da questa sensazione e tornano ad abbracciare il vecchio copione. Ma le persone che desiderano una vita autentica, dovrebbero avere fiducia nelle proprie capacità. Se la difficoltà fosse grande, la pratica della Gestalt, per superare il blocco, potrebbe aiutare. Tuttavia, non è in un incontro che si risolve il problema. Il permesso l’individuo deve darselo, almeno nei primi tempi, costantemente. Deve poi dare una struttura alla sua vita e crearsi nuovi obiettivi che non siano quelli del vecchio copione, o se lo sono, dire a se stesso: “Voglio mettere a frutto queste mie capacità perché lo voglio io, e perché sento che fanno parte di me e so che potrebbero aiutare altri a realizzare se stessi. Non lo faccio perché devo dimostrare al mondo qualcosa, o per far piacere a qualcun altro.” Se alcuni obiettivi coincidono con quelli del vecchio copione, non è un problema, a patto che vi si aderisca con una libertà assoluta e una chiara coscienza. Altrimenti, creare nuovi obiettivi. Accanto a questo programma, arricchire la strutturazione del tempo: coltivare la lettura, lo studio, ascoltare musica o praticare uno strumento, fare sport, passeggiare e gustare ogni attimo. “Sto camminando troppo veloce, come facevo prima, senza rendermi conto della bellezza che mi circonda. Prima andavo veloce, forse perché avevo l’ansia di arrivare sul posto, sul mio palcoscenico, per dimostrare al mondo di essere un genio. Ma ora preferisco rallentare il passo e sentire il calore del sole sul mio volto, o lasciarmi sedurre dalla bellezza di questo quartiere.” Vivere pienamente. Contribuire alla giustizia sociale. Valorizzare il prossimo. Realizzare i propri sogni lavorativi e, se ciò non è possibile nel breve termine, cercare una soluzione affinché vi sia la possibilità di costruire le condizioni che porteranno al lavoro che si ama. Praticare la sincerità, condividere i propri sentimenti. Concentrarsi su ciò che c’è di buono, ma senza ignorare il male. In altre parole, la guarigione è un insieme di azioni, non una parola magica.
 
Le domande di Eric Berne per lavorare sul copione
 
Come accennavo prima, le domande di Eric Berne potrebbero essere utili qualora si voglia agire sul copione, soprattutto in casi più difficili. Dopo il momento di raccoglimento, ognuno è invitato a condividere i propri sentimenti o pensieri. Se un membro mostra una difficoltà ad esprimere le proprie emozioni, o è abitato da tensioni e paure, chi guida il gruppo (se è un terapeuta) potrebbe utilizzare la Gestalt per alleggerire la problematica. Ma uno degli obiettivi dovrebbe essere anche quello di comprendere il copione (o averne coscienza, oppure lavorandoci con la terapia). A questo punto potrebbe rivolgergli le prime due domande che Berne propone, e avere uno scambio su questo. Oppure lavorare prima sulle domande, e poi sui i sentimenti che ne scaturiscono. In altre parole, il terapeuta può strutturare come meglio crede la scaletta. E continuare così per tutti gli incontri previsti. Ripetiamolo: il lavoro è sulla presa di coscienza del copione e dei suoi meccanismi, e si basa di fatto sulla divulgazione. L’intervento diretto, in cui si entra nel dettaglio del copione, dovrebbe essere condotto soltanto da un terapeuta (salvo diverse disposizioni di legge).
 
Le domande sono le seguenti:
 
IL DRAMMA FAMILIARE. “Se la tua vita familiare fosse rappresentata su un palcoscenico, che tipo di lavoro teatrale pensi che sarebbe?” –
 
INFLUENZE ANCESTRALI. “Che vita hanno fatto i tuoi nonni?”
 
NOMI E COGNOMI. “Chi ha scelto il tuo nome?” “Da dove proviene il tuo cognome?”
 
PROGRAMMAZIONE PARENTALE. “Cosa ti dicevano i tuoi genitori quando eri piccolo?”
Oppure: “Cosa ti dicevano i tuoi genitori rispetto alla vita, quando eri piccolo?”
O ancora: “Cosa ti dicevano i tuoi genitori quando erano arrabbiati?”
 
TORNACONTO DEL COPIONE. Domanda che deve porsi il terapeuta: “In quanti modi un genitore può dire a un bambino di vivere in eterno, o di morire?”
Domande da porre: “Che cosa hai deciso di fare nella vita, quando eri piccolo?”
“Ciò che voglio dire è: come decidesti che saresti finito?”
(Decisione potrebbe non essere ricordata, ma si può dedurre da avventure successive.)
 
RACKET. Berne non propone una domanda, ma credo che debba essere fatta: “Quando la situazione diventa difficile, che cosa fa la tua famiglia per risolvere i problemi?”
 
ILLUSIONI INFANTILI. “Tu aspetti Babbo Natale o Morte?”
Per un approfondimento dettagliato, vedere Ciao... e poi? VIII, 4, Illusioni.
 
LA CULTURA FAMILIARE. “Di che cosa si parlava nella tua famiglia, a tavola, durante il pranzo?”
 
IL TOTEM. Molte persone hanno un animale o un vegetale che ricorre sempre nei loro sogni. Il totemismo viene di solito abbandonato intorno ai sedici anni. Se persiste anche più avanti nell’adolescenza, assumendo la forma di sogni, fobie, imitazioni o hobby, bisognerebbe senz’altro tenerne conto. Se non è molto evidente, il totemismo positivo può essere scoperto ponendo la domanda:
 
“Qual è il tuo animale preferito?” o “Quale animale ti piacerebbe essere?”
 
L’IMMAGINE DEL MONDO. O sogno di copione = scenario di copione = sogno dello scenario di copione. La domanda, aggiungiamo noi, che bisognerebbe porre è: “Qual è, o quali sono i sogni che hai percepito essere importanti davvero nella tua vita?” Questi sogni, infatti, si ricordano, anche dopo molto tempo, quasi nel dettaglio.
 
LE ASPETTATIVE DELLA VITA. Domanda chiave: “Quanto tempo hai intenzione di vivere?”
 
LA SCENOGRAFIA DELLA MORTE. “Chi sarà presente al tuo letto di morte, e quali saranno le tue ultime parole?”
Domanda immediatamente successiva: “Quali saranno le loro ultime parole?”
 
LAPIDE. “Cosa pensi che scriveranno sulla tua lapide?”
“Cosa scriveresti tu?”
 
IL TESTAMENTO. “Quale sarà il punto più importante del tuo testamento? Quale sarà la sorpresa più grande per quelli che lasci dopo la morte?”
 
Perché il copione
 
Naturalmente non potrò sviluppare nella sua interezza questa parte, poiché il lavoro richiederebbe una trattazione molto corposa. In linea generale, possiamo dire che la Psicologia biblica fa uso dell’evoluzionismo per comprendere il senso ultimo delle relazioni umane. Gli individui formano la specie; e la specie ha un solo obiettivo: sopravvivere (fino a quando le condizioni lo permettono). Ai fini della sopravvivenza è necessario ottenere il controllo. Il controllo si suddivide in: 1. controllo del territorio e quindi delle risorse (affinché i popoli possano prosperare); 2. controllo del sovrappopolamento, senza il quale vi sarebbero mancanze di risorse, quindi carestie, disastri sociali, etc.; 3. controllo della disperazione attraverso emozioni e illusioni; per emozione qui non si intende il sentimento, ma l’ebrezza di una data attività o produzione (o invenzione, che ha una doppia natura: dare emozione, e aiutare a sopravvivere), il quale permette di distaccarsi dalla realtà e non soffrire. L’umanità, nel suo complesso, è assolutamente incapace di reggere la realtà, e fa di tutto per rimanere nella caverna platonica delle illusioni. La verità è la realtà, e la realtà è tragica per gli individui. La realtà implica la consapevolezza della morte, ma l’istinto di sopravvivenza rema dall’altra parte: l’individuo non vuole morire. Da qui nascono i sistemi illusori che prevedono la sopravvivenza ultraterrena. L’umanità è persino immersa nell’illusione del tempo presente. Sappiamo, infatti, che il tempo è relativo alla posizione in cui ci troviamo nell’universo. E sappiamo anche di vivere nel paradosso di essere vivi e morti allo stesso tempo. In situazioni dove il tempo è estremamente dilatato a causa della gravità, noi siamo già “passato” da miliardi di anni.
 
Ora, quando analizziamo i giochi psicologici, o i copioni di vita, la Psicologia biblica dovrebbe chiedersi: in che modo tale comportamento o progetto di vita favorisce la sopravvivenza della specie? Ogni comportamento, o progetto, infatti, favorisce un solo soggetto: la natura. La vita del Piccolo Disperato è compromessa sul piano psicofisico; a poco a poco, depressione e psicosi inizieranno a logorarlo. Questo significa che la qualità della sua vita inizierà a peggiorare, aumentando così la possibilità di un crollo definitivo, attraverso l’insorgere di malattie gravi che prevedono una morte anticipata (o la sua probabilità). Qui nasce la differenza tra morte psicologica e morte fisica, di cui tratto ampiamente nel mio sistema filosofico. In un altro individuo, oltre al crollo personale, potrebbe esserci la decisione di deprimere gli altri, o ucciderli. In questo modo la natura opera il controllo del sovrappopolamento. Se tutti vivessero amandosi, il sovrappopolamento devasterebbe il pianeta. Se tutti si odiassero, l’estinzione sarebbe dietro l’angolo. Per sopravvivere, è necessario dunque un equilibrio tra vita e morte (dove la vita eccede di poco, quanto basta per la prosecuzione di tutto il sistema). Se l’umanità intera prendesse coscienza di tutti i meccanismi della natura, e dei suoi fini, vi sarebbe un inferno psicologico sulla terra. Il neo-darwinismo – la verità dell’evoluzionismo – andava affermata, ma non massicciamente divulgata come filosofia. È davvero incredibile constatare come anche le persone formalmente più colte, o apparentemente intelligenti, se messe davanti a queste verità, le rifiutino. È il rifiuto di essere considerato, come direbbe Schopenhauer, uno zimbello della specie. La Psicologia biblica non vuole zimbelli, ma persone libere che vivano al di sopra dei meccanismi di natura: si può dare, infatti, un individuo che scelga di non ottemperare agli obiettivi della specie. O se decide di mettere al mondo la prole, lo fa per scelta libera e non perché agisce meccanicamente per permettere alla specie di sopravvivere.
 
Quando la zia dice al nipote: “Quando ce lo dai un bambino?”, in lei parla la volontà di vita: la specie. Ora, anche se gli individui rifiutano sul piano intellettuale di riconoscere queste verità, le sentono in quanto essi stessi sono natura: la verità abita in loro. Per conseguenza, uno dei modi per sfuggire alla sofferenza consiste nel ricercare emozioni e illusioni, attraverso le quali hanno la sensazione di “vivere davvero”, e non di vivere come automi della specie. Questo “vivere davvero” attraverso le illusorie emozioni, è naturalmente una contraddizione, ma è ciò che gli individui dicono, o credono. L’emozione, di per sé, è vera, e agisce come la via dell’arte in Schopenhauer (ovvero permette all’individuo di obliare la sofferenza, anche se per poco). Ma è illusoria perché non dà pienezza di vita, realizzazione. Da qui la coazione a ripetere: ognuno insegue caoticamente il piacere dell’emozione illusoria. Qualcuno potrà anche trovare argomenti artificiali per confutare queste verità, ma il consumismo – che a differenza degli intellettuali da ufficio ha i piedi per terra – ha intuito ormai da troppo tempo questi meccanismi, utilizzando la ricerca dell’emozione - attraverso la creazione di bisogni e desideri artificiali - per i propri fini. Di fatto sono forme di anestesia sociale. L’alcool è anche una forma di anestesia e produce artificialmente l’oblio dei problemi. Mentre quando è alcolismo strutturale, allora è di fatto un lento suicidio. Ora, essere persone reali non significa voler accettare automaticamente tutta la realtà. L’individuo, con la sua azione, può modificare, ad es., la realtà del male, impegnandosi. Se le donne non si fossero ribellate, non vi sarebbe mai stata la lotta che ha portato al pieno riconoscimento dei loro diritti. Ma questa lotta dovrebbe essere portata avanti da individui liberi interiormente, e non perché “anche mio padre era un rivoluzionario”. Nessuno nega, naturalmente, che agendo sotto ingiunzioni si possano verificare eventi positivi (come la lotta per l’emancipazione femminile), ma a noi sta a cuore anche la sorte dell’individuo. Riteniamo sia possibile avere la lotta per l’emancipazione restando, sul piano psicologico, persone autonome.
 
Il senso di colpa
 
Raffaele è un bambino di tredici anni ed è costantemente ansioso di dimostrare che lui è all’altezza. Non ascolta mai veramente l’altro; si concentra solo formalmente sugli argomenti che riceve, così da poter escogitare un contro argomento efficace. Coglie ogni occasione per parlare delle sue origini aristocratiche e degli atti di eroismo che un suo antenato avrebbe compiuto in non so quale epoca remota. Da quando è piccolo, la famiglia (da parte paterna) gli racconta della grandezza della sua... famiglia. Di conseguenza, Raffaele ha preso la decisione di dimostrare che anche lui deve essere all’altezza dei suoi antenati. L’adolescenza, per lui, è per il momento un luogo di tentativi ed errori, di conoscenza delle sue capacità. Cerca di capire quali siano i campi in cui potrebbe realizzare il suo dramma artificiale. Spesso cede alla pressione e diventa isterico, soprattutto in prossimità di un evento importante, o di un’interrogazione a scuola. Per lui, una prestazione deludente equivale a tradire la stirpe. La tragedia, nel suo caso, è che sta crescendo in una società in cui il livello d’istruzione si è drasticamente abbassato. Non conosce né il latino né il greco, la filosofia non sa cosa sia, e nemmeno la retorica. In altre parole, non ha una cultura umanistica, ma non si tira indietro quando vi sono dibattiti di questo tipo (come la politica). Ne consegue che non riesce mai ad essere all’altezza, e perde sempre con chi, al contrario, ha una preparazione solida. L’unica materia che padroneggia un po’ di più è la storia (perché è una passione familiare).
 
Spesso il senso di colpa corrisponde con la realtà psicologica del tradimento, o sono comunque due facce della stessa medaglia. Se un individuo è cresciuto in una famiglia umile, ma per via delle sue capacità si ritrova ad aver fatto carriera, la ricchezza materiale potrebbe allora farlo sentire in colpa: nella sua famiglia sono umili, perciò stare bene, vivere in una bella casa, in una bella città, equivale a tradire le proprie origini. Questo senso di tradimento si ha quando si sta contraddice il proprio copione, o si sta decidendo di abbandonarlo. Ora, se la semplicità di vita non è il frutto di un copione, ma di una scelta consapevole e libera, allora bisognerebbe decidere di accogliere la ricchezza materiale rimanendo fedeli a se stessi, riconoscendo l’importanza della ricchezza, ma senza esserne schiavi; come direbbe Cicerone, tenerle in poco conto. Il senso di colpa/tradimento, si può riscontrare in quei copioni contraddittori, dove ingiunzione e contro-ingiunzione non coincidono. L’individuo si sente allora in colpa perché rifiuta di accettare l’ingiunzione del padre, accettando quella della madre o di qualcun’altro.
 
Possibile programma di studi per un biennio (magistrale) in Psicologia biblica
 
Cultura generale classica
Psicologia generale
Psicologia biblica
Storia della filosofia
Filosofia evoluzionista
Esegesi biblica
Mitologia greca e cristiana
Letteratura europea
Metodologia
Teologia di gruppo
Retorica
 
I corsi di cultura generale sono oggi fondamentali per colmare le spaventose lacune degli studenti negli studi umanistici (la psicologia, va ricordato, non è una disciplina tecnica, ma umanistica). Mi riferisco soprattutto alle generazioni nate dal ’95 in poi. Il problema si riscontra anche in coloro che hanno fatto il liceo classico; molti di questi arrivano fino al dottorato nonostante abbiano dimenticato il latino, o non conoscano affatto concetti elementari di filosofia (ad es. la differenza tra un dio personale e uno impersonale).
 
La retorica è importante perché insegna ad avere una struttura, non solo legata al discorso, ma anche mentale. Chi guida la teologia di gruppo dovrebbe essere capace di parlare correttamente e chiaramente. Chi non sa costruire un discorso chiaro e sistematico non dovrebbe dedicarsi a discipline che prevedono l’uso della parola. Nel corso di retorica sarebbero previste anche sessioni pratiche di dibattito e discorsi pubblici. Non va dimenticato che per “struttura” non si intende uno schema rigido che non può essere modificato.
 
Conclusione
 
Bisognerebbe dare alla teologia la possibilità di essere di pubblica utilità, e non uno strumento per incentivare la patologia e l’illusione. È necessario un cambio di paradigma, anche da parte del mondo accademico. In virtù della loro unica vita, gli individui sono assoluti, sebbene la natura li concepisca in serie (ulteriore paradosso). Se l’individuo è un assoluto, se la sua vita è unica, la nostra responsabilità verso di lei/lui, è altrettanto assoluta e radicale, nel senso che ciò che diciamo e scriviamo può avere un impatto costruttivo o distruttivo. Il protestante presuntuoso dirà: “È ovvio” - e allora perché continua a predicare l’impotenza dell’uomo, della sua azione e delle sue opere ai fini della salvezza? La teologia, senza la filosofia, non ha fondamenta. Inoltre, ignorare i veri meccanismi alla base della psiche umana significa concepire gli individui come ombre proiettate sul muro. Filosofia e psicologia non sono “strumenti” affinché l’individuo accetti meglio una dottrina o viva più serenamente il rapporto con Dio (anche questo punto prevede sempre l’accettazione di una certa impostazione dottrinale).
 
Tuttavia, se ben indirizzata, la teologia può certamente contribuire alla libertà degli individui, creando le condizioni affinché questi tornino ad essere, come scrive Berne, persone reali. La persona reale è chi agisce con spontaneità senza seguire una “formula”. I bambini nascono potenzialmente liberi, anche se, continua Berne, subito si rendono conto che ciò non è vero a causa della programmazione (sul concetto di “protocollo primario”, vedi Ciao... e poi? VI, I). Per essere persone reali è necessario un permesso che l’individuo si dà: egli non è obbligato a seguire le proprie ingiunzioni che lo controllano. Il permesso autorizza l’individuo a “essere elastico e a non reagire secondo modelli rigidi,” (Ibidem, VII, 9, Il permesso). Ognuno, secondo Berne, dovrebbe soddisfare le proprie aspirazioni autonome. Questo è il senso ultimo dell’individuo dal punto di vista psicologico-esistenziale. Purtroppo la maggior parte delle persone rimane incastrata nel proprio copione artificiale.
 
Mentre dal punto di vista generale, ovvero della sua funzione in relazione alla specie, il destino appare – almeno all’inizio – un po’ più triste, perché l’unico scopo è quello di sopravvivere (o di permettere che la specie sopravviva). Tuttavia, in natura vi sono paradossi – la natura stessa è un paradosso ontologico – che aprono a possibilità inattese. Certo, aiutare il prossimo o farsi del male, favorisce sempre la specie. Ma niente ci impedisce di andare oltre i suoi interessi. La persona reale è capace di intimità radicale con l’altro. Non si tratta solo di compassione, ma di penetrare, come scrivo nel mio sistema, nella totalità della nostra e altrui condizione cosmica (dolori, timori, piaceri, tormenti, gioie, aspirazioni, fallimenti). È quel capire, quel sorriso tipico di quando incroci gli occhi di uno sconosciuto nella metro. È il misticismo non verso un'idea platonica, una fantasia, ma verso un altro essere vivente. È, per quanto fugace e non spiegabile interamente a parole, quella vera unione di anime materiali. È la mano tesa che asciuga le lacrime, è l'abbraccio, è il sorriso pronto di due soldati in trincea nell'attesa che si dia l'assalto finale.
 
Che questo tipo di relazione non sia di interesse naturale, o nell’interesse della natura, lo si evince facilmente da una verità inconfutabile: la specie non permette, né prevede, che tutta l’umanità si ami, altrimenti il sovrappopolamento porterebbe alla catastrofe, anche a causa delle risorse materiali che verrebbero a mancare. Al massimo, la natura accetta un “amore” superficiale, limitato, e funzionale, tale da permettere l’equilibrio generale; ne vediamo esempi ogni giorno: uffici preposti o persone rispettabili che aiutano il prossimo senza sosta, ma che non hanno mai guardato davvero negli occhi qualcuno. Per conseguenza, l’amore radicale e libero non è nell’interesse della natura. Ma resta tuttavia una possibilità. La Psicologia biblica cerca di creare le condizioni affinché questa tipologia di relazione possa realizzarsi, anche se non è per tutti. “Per pochi fortunati,” scrive Eric Berne, “esiste qualcosa che trascende ogni le classificazioni del comportamento, ed è la consapevolezza; qualcosa che si eleva al di sopra della programmazione del passato, ed è la spontaneità; e qualcosa che è più gratificante dei giochi, ed è l'intimità. Ma sono tre cose che possono rivelarsi insopportabili e persino pericolose per chi non vi è preparato. Forse costoro stanno meglio così come sono, cercando la loro soluzione nelle tecniche popolari di azione sociale, come quello ‘stare insieme’. Questo significa forse che se non c'è speranza per l’umanità, c’è almeno c'è speranza per i singoli esseri umani, (A che gioco giochiamo, XVIII, E dopo?).

 

 

 

 

 
 
 

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